Costruzioni navali, strategia nazionale e natura della leadership


Bombastic power, deterrenza e guerra navale dei sistemi nel XXI secolo

Premesse

Alcuni annunci e fatti operativi degli ultimi mesi, letti congiuntamente, offrono indicazioni rilevanti non solo sulla guerra navale contemporanea e futura, ma anche sul modo di pensare di chi la pianifica.

  • la Cina ha messo in campo una nuova linea di missili antinave progettati per colpire le grandi unità di superficie;
  • l’Ucraina ha danneggiato un sottomarino russo classe Kilo nel porto di Novorossiysk;
  • la Russia ha varato il Khabarovsk, sottomarino progettato per impiegare il sistema Poseidon;
  • Donald Trump ha annunciato le nuove golden battleship, definite “le più grandi mai costruite”, mentre la US Navy annunciava la chiusura del progetto Constellation e ripiegava su un disegno derivato dai cutter della Coast Guard.

Questi quattro esempi riflettono approcci profondamente diversi allo sviluppo del potere marittimo ed alle costruzioni navali. Il contrasto fra loro è istruttivo, perché mette in luce non solo il posizionamento strategico delle rispettive nazioni ma, soprattutto, la cultura strategica delle loro classi dirigenti.

1 – Cina: una grande potenza che ragiona per sistemi

La Cina si comporta come una grande potenza che pensa in termini di sistemi e pianifica nel lungo periodo. Non cerca l’arma miracolosa né la nave iconica “che fa titolo”, ma costruisce in serie e migliora per iterazioni successive, mostrando capacità di apprendimento e sviluppo impressionanti.

Lo sviluppo delle portaerei cinesi è emblematico: si è passati, in circa 20 anni, dalla ricostruzione di una unità obsoleta ex sovietica alla quarta generazione oggi in realizzazione, sostanzialmente comparabile alle unità statunitensi. Un processo “from concept to sea” di questa velocità non si vedeva dai tempi della HMS Dreadnought di Fisher (1905).

Questa competenza tecnica in crescita continua è visibile nell’intera architettura navale cinese. A livello strategico, Pechino integra navi, missili, satelliti, cyber e logistica in un disegno coerente.

Nel breve-medio periodo la Cina deve proiettarsi prevalentemente su un solo oceano. In questo quadro, le quattro portaerei oggi in servizio o in costruzione non la pongono in una condizione di schiacciante inferiorità rispetto alle undici statunitensi. L’obiettivo dichiarato è arrivare a sei/nove unità entro il 2035 (fonti discordanti), per acquisire una reale capacità di proiezione blue water globale. In termini di pianificazione navale, il 2035 è dopodomani.

Tale proiezione non è però la priorità numero uno: l’occhio cinese guarda a Taiwan, ed in tale ottica diventa irrilevante, ad esempio, lo svantaggio nella qualità media della flotta sottomarina, che risulta perfettamente adeguata in un’ottica A2/AD e di blocco. E, sempre guardando alla ”isola ribelle”, è stata sviluppata una forte capacità di support landing ships.

La vera spina dorsale operativa di una marina moderna è il comparto delle unità di superficie – cacciatorpediniere e fregate – dove la qualità delle unità cinesi è in rapido miglioramento e la parità numerica con gli Stati Uniti, a fronte di una minore area da coprire, è ormai raggiunta.

Nel complesso l’obiettivo non è costruire “la nave migliore”, ma una Marina adeguata agli obiettivi e che il sistema industriale e civile cinese sia in grado di costruire, mantenere e, se necessario, perdere e sostituire. La cantieristica ha consentito alla Cina di aggiungere negli ultimi dieci anni circa 120 scafi alla propria flotta, di cui circa la metà fregate e cacciatorpediniere, più del doppio di quelle entrate in servizio negli Stati Uniti.

2 – Ucraina: un attore asimmetrico ad alta capacità di adattamento

L’Ucraina rappresenta l’altro estremo della stessa logica. Non è una grande potenza, ma un attore strutturalmente in inferiorità che ha trasformato questo limite in un vantaggio, diventando un laboratorio di innovazione in tutti i domini, terrestre e navale. Non tenta la parità navale –irraggiungibile – ma l’efficacia di missione.

In questo è aiutata anche dalla limitata estensione del suo teatro marittimo: il Mar Ner, del quale, con una strategia pragmatica e droni navali del costo di poche centinaia di migliaia di dollari, ha di fatto interdetto alla Russia l’uso. Ha costretto la flotta russa ad abbandonare Sebastopoli e ha dimostrato la capacità di colpirla anche nei porti domestici. Ha danneggiato e affondato unità di alto valore, come la Moskva, rendendo evidente che l’asimmetria di costo batte la superiorità di piattaforma.

L’Ucraina, in mare come in terra sta riscrivendo la dottrina.

Cina e Ucraina pianificano e combattono guerre molto diverse, ma applicano lo stesso principio: meglio sistemi integrati, ridondanti e adattivi – anche se composti da nodi singolarmente imperfetti e non all’assoluto cutting edge della tecnologia– che piattaforme eccellenti ma fragili e costose.

D’altra parte, la capacità di produrre in massa piattaforme good enough e di sostenerle logisticamente è una lezione storica ben nota: sul fronte orientale della Seconda guerra mondiale si diceva che “un Tiger può distruggere quindici T-34; è il sedicesimo che fa la differenza”.

3 – Russia: deterrenza come surrogato della potenza convenzionale

La strategia marittima, e non solo, russa si fonda oggi prevalentemente sul ricatto nucleare. Il Poseidon ne è l’ultima incarnazione: un supersiluro nucleare concepito più per impressionare che per essere impiegato.

Anche se il sistema funzionasse esattamente come dichiarato, non modificherebbe gli equilibri strategici: non annullerebbe la triade nucleare americana, né renderebbe plausibile un first strike efficace e definitivo. Il suo valore è essenzialmente comunicativo: deterrenza psicologica verso l’esterno, prestigio tecnologico di facciata e consolidamento del consenso interno.

In termini strategici, aggiunge poco o nulla. È rumore, nel framework della deterrenza.

Questo approccio riflette una debolezza strutturale delle Forze Armate russe, sia in mare sia a terra. Incapace di competere sul piano convenzionale con le grandi potenze e in difficoltà anche contro una potenza “in fieri” come l’Ucraina, Mosca compensa con minacce di escalation e strumenti di intimidazione strategica, nel tentativo di preservare uno status di attore globale paritario.

4 – Le battleship di Trump: simbolo, non dottrina

Le battleship annunciate da Trump si collocano, mutatis mutandis, nello stesso recinto concettuale del Poseidon. Tecnicamente e strategicamente sono diverse, ma filosoficamente hanno lo stesso ruolo: piattaforme pensate più per la narrativa ed il segnale politico che per un impiego realistico in un conflitto navale moderno.

La golden fleet richiama il XVII secolo, quando le flotte spagnole riportavano in patria l’oro delle Americhe. Ma l’oro serve a finanziare la guerra, non a combatterla.

Queste navi sono state descritte come enormi (35–40.000 tonnellate, poco meno della Bismarck) e cariche di sistemi avanzati, quindi, estremamente costose. Secondo cifre circolate nel dibattito pubblico, il costo preventivato per unità sarebbe addirittura superiore a quello attuale delle supercarrier più moderne. E chiunque conosca i progetti navali, il preventivo è in genere ampiamente superato dai consuntivi.

In un ambiente saturo di sensori, missili, sciami di droni e sottomarini, pieno di “insidie” a basso costo, una piattaforma che “non si può perdere” tende a trasformarsi in un oggetto politico: qualcosa da proteggere più che da usare. Se una nave è troppo preziosa per essere rischiata, smette di essere un asset militare e diventa una liability.

Questa impostazione riflette una visione – da parte dell’Amministrazione – del potere marittimo fortemente piattaforma-centrica, in cui la dimensione simbolica prevale su quella sistemica. Non a caso, i nuovi missili antinave cinesi della serie YJ sono progettati esplicitamente per colpire le grandi unità di superficie: “ammazza-portaerei” e, dunque, anche “ammazza-battleship“.

Dal punto di vista statunitense, la buona notizia è che, finora, la U.S. Navy – che non si è espressa a favore – non sembra aver incorporato seriamente queste navi nella propria dottrina, concentrandosi invece su unità medie riproducibili e sul recupero della capacità cantieristica, cercando di tenere il passo della crescita cinese.

5 – Perché le battleship sono concettualmente sbagliate

5.1 – Lezioni storiche, infrastrutture e comando

Abbiamo menzionato i T-34, ma la Storia insegna ben di più. Ad esempio, la Regia Marina italiana nella Seconda guerra mondiale disponeva di navi da battaglia eccellenti, ma proprio perché insostituibili da parte della debole industria italiana, esse furono impiegate con estrema prudenza. Il concetto di fleet in being si tradusse in paralisi operativa. Una delle unità più moderne, la Littorio, fu silurata a Taranto da uno Swordfish, un biplano in tela e legno di costo modestissimo.

Al contrario, naviglio sottile ed incursori ebbero un impatto reale, non perché superiori, ma perché sacrificabili.

Anche il parallelo infrastrutturale è istruttivo: con una frazione del costo di un’infrastruttura rigida come un ponte si possono costruire migliaia di traghetti, frazionando il rischio e aumentando la resilienza. A Stalingrado, l’Armata Rossa resistette perché uomini e rifornimenti attraversavano il Volga su barche e traghetti. Un ponte sarebbe stato distrutto in poche ore.

Le grandi piattaforme inducono inoltre – dato il loro valore – controllo centrale e pianificazione rigida. Questo soffoca ciò che storicamente ha fatto vincere sul mare: iniziativa locale, adattamento e decisione sul posto. La guerra dei sistemi premia nodi periferici informati ed autonomi, non la concentrazione di tutto nel centro. Cambiati i mezzi e la massa di informazioni disponibili, Nelson ed A.B. Cunnimgham sono lo schema da seguire, non SuperMarina.

5.2 – Portaerei vs battleship

Anche una portaerei è enorme e costosa, ma la differenza è strutturale. Una portaerei è un moltiplicatore di sistema: proietta air power ed opera all’interno di una rete ridondante (altre portaerei, basi, alleati). La perdita di una unità è grave, ma non annulla la capacità complessiva.

Una battleship moderna concentra invece ciò che farebbero “X” cacciatorpediniere in un unico nodo, moltiplicando il rischio, senza aggiungere alcuna nuova funzionalità significativa,. Perderla significa perdere capacità, ed un enorme capitale politico, senza un’equivalente ridondanza operativa.

5.3 – Cantieristica e capacità di disegno

Sul piano cantieristico, gli Stati Uniti sono oggi nettamente dietro la Cina. Oggi la Cina produce annualmente circa il doppio degli scafi militari varati dagli USA, ma la capacità complessiva dell’industria navale cinese, che è quella che conta, è 200 (leggasi duecento) volte superiore. La costruzione di battleship assorbirebbe risorse critiche sottraendole alle unità medie riproducibili, proprio nel segmento in cui la competizione è più dura.

Sul piano progettuale, gli USA eccellono in alcune categorie – superportaerei e sottomarini nucleari – ma nel naviglio di superficie hanno accumulato fallimenti: la classe Zumwalt, le Littoral Combat Ships, le difficoltà di cooperazione industriale, fino al ripiego su evoluzione di progetti esistenti, i Burke flight IV ed i cutter della Coast Guard. Le battleship potrebbero rilanciare la capacità di design, ma è più probabile diventino un buco nero che assorbe competenze scarse e necessarie altrove.

6 – Conclusioni

La guerra marittima convenzionale del XXI secolo non la vince chi ha l’unità singolarmente migliore, ma chi possiede:

  • la migliore integrazione di sistemi anche imperfetti;
  • la maggiore profondità della “panchina” industriale;
  • la capacità di perdere nodi della rete senza collassare.

E certamente non la vince chi proietta il messaggio promozionale più eccitante. La distinzione tra annunci e dottrina, tra simboli e sistemi, tra forza reale e sua rappresentazione, sarà uno dei fattori decisivi di futuri eventuali confltti marittimi ad alta intensità.

La confusione è rischiosa. E in guerra la si paga cara.

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