domenica, Agosto 1, 2021

I Flanker di Shenyang

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Sviluppo ed evoluzione del caccia di punta della Forza Aerea dell’Esercito Popolare di Liberazione

Nel corso degli anni Settanta del secolo scorso, la PLAAF, la Forza Aerea dell’Esercito Popolare di Liberazione, essendo per lo più in possesso di caccia ormai datati e non più all’altezza degli scenari bellici dell’epoca, iniziò a porsi il problema della sostituzione dei modelli in organico.

Chinese Development of MiG 21 | CNNews

Infatti, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la Cina entrò nella sfera di influenza sovietica e, di conseguenza, la propria forza aerea standardizzò la propria linea caccia su modelli di costruzione russa; erano presenti in gran numero i Mikoyan-Gurevich MiG-17, nome in codice Nato “Fresco”(ridesignati in loco J-5), successivamente integrati dai Mikoyan-Gurevich MiG-19, nome in codice Nato Farmer (ridesignati J-6).

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Sebbene alla fine degli anni Settanta si disponesse di un elevato numero di aerei, questi erano ormai obsoleti, e nemmeno l’immissione in servizio dei Chengdu J-7 (copia del sovietico Mikoyan-Gurevich MiG-21) e dei J-8II (copia ingrandita dello stesso MiG-21, e dotata di due turboreattori) garantiva, in un immediato futuro, di poter competere con le altre aviazioni dell’area, dotate alcune di quello che in quel momento era uno dei migliori caccia al mondo, il McDonnell Douglas F-4 Phantom II.

Sviluppo

Inizialmente, si pensò di procedere concentrando le forze su di un progetto proprio; pertanto la Shenyang Aircraft Factory propose il “primo J-11”, progetto basato su di un caccia leggero, alimentato dal turboreattore britannico Rolls-Royce Spey 512, che avrebbe fornito prestazioni migliori, sia per quanto riguardava la manovrabilità, sia per la velocità di salita.

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Peraltro, viste le difficoltà dell’epoca a reperire i motori, questo progetto non arrivò alla realizzazione di un prototipo. Di conseguenza, contrariamente a quelli che erano i piani iniziali, la Cina dovette ancora una volta virare su di un progetto russo, puntando su quello che, al momento, rappresentava il caccia di punta della VVS russa, ovvero il Sukhoi Su-27, nome in codice Nato “Flanker”.

Le prime consegne

Agli inizi degli anni Novanta fu varato il “Progetto 906”, programma che puntava all’acquisizione diretta di aerei costruiti in Russia e che si sviluppò tra il febbraio del 1991 ed il settembre del 1999.
La Cina, infatti, iniziò l’acquisizione dei primi Flanker alla fine del 1991 al costo di circa 35 milioni di dollari per esemplare, e dal 1992 furono avviate le consegne che comprendevano 20 Su-27SK (ridesignati J-11A) e 4 biposto da conversione operativa Su-27UBK (ridesignati J-11AS). Gli aerei biposto furono oggetto di un piccolo contenzioso, in quanto i Cinesi li ritennero aerei ricondizionati e non nuovi di fabbrica, quindi, di conseguenza, furono seguiti successivamente da 2 ulteriori aerei biposto, ricevuti a titolo gratuito.

Il Su-27SK era un derivato del Su-27S offerto per l’esportazione e si differenziava da questo per l’adozione di un
carrello rinforzato e ridotta capacità di carburante, modifiche espressamente richieste dai Cinesi apportate anche alla versione biposto.
Un secondo ordine da 710 milioni di dollari fu confermato a marzo del 1995 e le consegne alla Cina, avviate a partire dall’anno successivo, attennero l’arrivo ulteriori 24 velivoli tra cui 16 monoposto Su-27SK e 8 biposto Su-27UBK.

Infine, la terza ed ultima tranche fu ordinata nel dicembre del 1999, e consistette nella consegna esclusivamente di aerei biposto, ben 28 Su-27UBK. Tale scelta fu fatta con lo scopo di “accelerare” la fase di addestramento dei piloti destinati alla linea dei Su-27 monoposto ed a quella dei successivi derivati nazionali che sarebbero stati prodotti su licenza.

Tale ultima consegna portò a 78 il totale di aerei forniti da Sukhoi, suddivisi tra la 1ª, la 2ª e la 3ª Divisione Aerea della PLAAF. Unitamente agli aerei, la Cina ricevette dalla Russia anche un discreto quantitativo di missili aria-aria; missili a medio raggio Vympel R-27, nome in codice Nato “AA-10 Alamo”, e missili a corto raggio R-73, nome in codice Nato “AA-11 Archer”, per un totale di 144 esemplari.

La consegna di aerei e missili moderni, permise all’Aviazione Cinese di disporre, per la prima volta, di quelle che erano capacità fino ad allora ad essa precluse dalla vetustà della propria linea caccia, ovvero aver acquisito la capacità di combattimento aria-aria, sia sulle medie distanze, sia su quelle brevi. D’altronde, i Russi avevano fornito ai Cinesi l’R-73 quello che, a detta degli esperti, era considerato il miglior missile aria-aria a guida IR a corto raggio dell’epoca.

La produzione su licenza

Come già affermato in precedenza, parallelamente alle consegne degli esemplari provenienti dalla Russia, nel febbraio
del 1996, fu firmato un contratto da 2,5 miliardi di dollari, in base al quale la Cina acquisì la licenza di produzione
dell’aereo, per assemblarne fino un massimo di 200 esemplari presso la Shenyang Aircraft Factory.

La “nuova versione ” cinese volò per la prima volta nel 1998 e la prima unità a ricevere il “nuovo” J-11 fu la 1ª Divisione Aerea, nella quale il velivolo iniziò a rimpiazzare i Su-27SK persi accidentalmente.

Inizialmente, i primi aerei prodotti furono assemblati facendo largo uso di kit e componenti forniti dalla Russia che, tuttavia, per sopraggiunti problemi dovuti alla scarsa qualità di questi, furono successivamente sostituiti con componenti di fabbricazione cinese, ad eccezione del motore, il Saturn AL-31F. Infatti, il detto propulsore non fu interessato da alcuna modifica poiché i Cinesi non disponevano ancora delle capacità di produrre un propulsore che fosse quanto meno in grado di pareggiare le prestazioni del motore russo.

La produzione su vasta scala, inizialmente rallentata proprio a causa dei rivelati problemi tecnici, fu completata nel 2004 con la consegna dei 200 esemplari previsti.

Il J-11B ed il nuovo propulsore

Con la conclusione della produzione degli aerei su licenza nel 2004, i Cinesi, non pienamente soddisfatti dei primi J-11, giudicarono che fosse opportuno iniziale la produzione di una nuova variante dell’aereo apportandovi anche dei miglioramenti, senza l’assistenza russa.

Shenyang J-11 - Wikipedia

Lo sviluppo di questa variante, designata J-11B, portò anche ad uno contenzioso economico con i Russi, i quali ritennero l’aereo una copia non autorizzata del loro Su-27SK. Tale contenzioso, tuttavia, rimase sotto tono ed i Russi si dimostrarono accomodanti, per motivi di opportunità politica, tanto che nel 2009 non ve ne era più traccia.

Dal 2006, quindi, la produzione fu incentrata su questa nuova variante che prevedeva l’integrazione di apparati ed armamenti prodotti in loco. Infatti, furono integrati un nuovo nuovo cockpit dotato di display multifunzione, un nuovo radar da scoperta e Traking Mod. 1493 (con portata di 150 km e capacità di tracciare fino a otto bersagli con la possibilità di ingaggiarne quattro contemporaneamente), nuovo sensore IRST a lunga portata, missili aria-aria PL-8 e PL-12, l’aggiunta di un sistema fly-by-wire digitale nonché di un nuovo sistema di allarme radar di produzione locale.

Ulteriori modifiche furono apportate alla cellula che fu alleggerita grazie al ricorso a materiali compositi, modifica che portò ad un miglioramento del rapporto potenza-peso.

Furono sostituiti i motori russi con l’installazione due turboreattori a doppio flusso Shenyang WS-1OA “Taihang”, versione derivata dalla turboventola civile CFM International CFM56, disponibile in Cina già dagli anni ottanta. Uno di essi, provato in volo sul J-11WS utilizzato come banco-prova (l’aereo montava un AL-31F originale e un WS-10 cinese) si rivelò subito non all’altezza del propulsore russo, perché il loro intervallo tra le revisioni era di 30 ore, contro le 400-500 del propulsore russo. Ciò comportò, sulle prime serie prodotte, il ritorno agli AL-31F, e solo da 2010 fu disponibile una versione più matura i WS-10D che fu montata sui J-11B Block 02.

Del J-11B fu derivata e prodotta anche la versione biposto, la J-11BS.

Il J-11B ed il radar AESA

A novembre 2019 fu avvistata una nuova variante del J-11B che differiva dagli esemplari precedenti per il colore del cono del muso che non era più nero ma di colore bianco.

Chinese J-11B Jet Upgraded with AESA Radar Enters Series Production: Reports

Secondo gli analisti questo cambio di colore poteva indicare un cambio del radar, non più un apparato ad impulsi Doppler ma un radar di tipo AESA (Active Electronically Scanned Array).

Solo un anno dopo, nel dicembre 2020, la AVIC, tramite i suoi canali ufficiali comunicò che i test di una nuova variante dotata di radar AESA, forse designata J-11BG, erano terminati il giorno 18 dello stesso mese e che l’aereo era appena entrato in produzione. Questa notizia, però, ha destato non poche perplessità negli esperti, in quanto le ultime
versioni dell’aereo montavano un Tubo di Pitot nella parte anteriore centrale del muso, elemento, questo, che avrebbe problemi di compatibilità in presenza del suddetto radar. Secondo gli stessi esperti, il cambio di colore del cono poteva essere sì associato ad un cambio di apparato, ma a favore di un nuovo radar ad impulsi Doppler notevolmente migliorato o di un apparato PESA (Passive Electronically Scanned Array).

Se queste informazioni fossero confermate, l’apparato AESA di cui si è parlato potrebbe essere il radar KLJ-7A, sviluppato dal Nanjing Research Institute and Electronics Technology.
Per la PLAAF sono stati costruiti almeno 120 esemplari di J-11B, mentre altri 50 velivoli tra monoposto e biposto sono stati forniti alla PLANAF, l’Aviazione di Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione Aviazione che li assegnò ai reparti basati a terra.

Su-30MKK e Su-30MKK2

Se da un lato, con l’acquisto/produzione su licenza dei Flanker, la PLAAF aveva ammodernato la sua linea da caccia, dall’altro aveva ancora una linea da attacco al suolo basata sui modesti e obsoleti Nanchang A-5, nome in codice Nato “Fantan”, derivati a loro volta dal Mikoyan-Gurevich MiG-19, nome in codice Nato “Farmer”, che mai avrebbero potuto dare alla forza aerea quella polivalenza di cui necessitava, ma, soprattutto, mai avrebbero potuto assolvere alle missioni ognitempo ed a medio raggio.

Per questo motivo, dal 1996, fu presa in considerazione l’ipotesi di dotarsi della versione multiruolo del Su-27 Flanker, il Su-30. Pertanto, nello stesso anno, furono avviate le trattative per l’acquisizione di una variante modernizzata del Su-30MK, il Su-30MKK, dove la sigla MKK significava appunto Modernizirovannyi Kommercheskiy Kitayski (Commerciale Modernizzata Cinese).

Il primo contratto da 2 miliardi di dollari per la fornitura di 38 Su-30MKK fu firmato nell’agosto del 1999, con il primo prototipo che volò il 20 maggio dello stesso anno. La presentazione al pubblico del primo Su-30MKK con le coccarde cinesi avvenne nel 2000 in Cina, nel corso dello Zhuai Air Show.

Un secondo lotto, ordinato nel 2001, portò alla consegna di altri 38 aerei. Insieme agli aerei, alla PLAAF furono forniti anche 400 missili aria-aria missili a medio raggio Vympel R-77, nome in codice Nato “AA-12 Adder”, un numero imprecisato di bombe guidate KAB-500KR e di missili aria-superficie, tra cui il Kh-59ME, Kh-29T, Kh-31P.

A partire dal 2002, il governo cinese e l’azienda russa Rosoboronexport, siglarono un nuovo accordo che portò alla acquisizione di un terzo lotto di 24 aerei con più spiccate capacità antinave, designati Su-30MK2.
Questa nuova variante, consegnata all’Aviazione di Marina in due diversi lotti nel 2004, era dotata di nuovo radar N001VEP e poteva trasportare i già citati missili aria-aria R-77 ed il missile antinave Zvezda Kh-31A, nome in codice Nato “AS-17 Krypton”.

Il J-16 Red Eagle

L’acquisto dei Su-30MKK, come già detto in precedenza, fece sì che la PLAAF disponesse finalmente di un capace aereo multiruolo e, allo stesso tempo, permise ai tecnici della Shenyang di iniziare a progettare quella che sarebbe stata un’ulteriore copia non autorizzata del Flanker, ovvero Il J-16 Red Eagle.

Cacciabombardiere multiruolo ognitempo, il J-16 è assimilabile sotto il profilo delle missioni al Boeing F-15E Strike Eagle. Sviluppata a partire dal 2010, questa nuova variante è stata messa in produzione nel 2012, mentre il primo esemplare è entrato in servizio nella PLAAF nel 2015.

L’aereo è stato sviluppato sulla base dell’esperienza acquisita con la costruzione della versione biposto del J-11B, la J-11BS e del Su-30MKK russo. Il Red Eagle è stato ulteriormente migliorato rispetto al modello russo da cui deriva. Come l’aereo russo, il J-16 monta una sonda retrattile per il rifornimento in volo sul lato sinistro del muso, modifica che ha portato allo spostamento del sensore IRST dal centro alla destra del tettuccio ed è dotato di un carrello di atterraggio anteriore biciclo.

L’aereo è stato dotato di cockpit digitale in entrambe le postazioni dell’equipaggio, radar di tipo AESA ed integrato di un pod per designazione di bersagli di costruzione nazionale. Inoltre, la cellula è stata assemblata facendo ricorso ad un esteso impiego di materiali compositi, modifica che ha permesso una sostanziale riduzione del peso.

La gamma degli armamenti prevede un esteso ricorso a missili di produzione nazionale come i missili aria-aria PL-10, PL-12 e PL-15, i missili antinave KD-88 e YJ-83, il missile antiradar YJ-91 e bombe a guida laser di vario tipo.

Il J-16 Red Eagle, come la variante da cui deriva, è spinto da due motori Shenyang WS-10D.
Secondo l’istruttore militare Wang Songxi, “il J-16 è superiore a tutti i caccia su cui ho volato, ha ottime capacità ognitempo ed una migliore gamma di armi”. Inoltre, ha affermato che durante una simulazione di combattimento aereo contro un Chengdu J-10, il J-16 si sia dimostrato un aereo più capace.

Del J-16 è stata sviluppata anche un variante da guerra elettronica, il J-16D, dove la “D” sta per “Diànzǐ”, che tradotto dal cinese significa “elettronico”. Assimilabile al Boeing EA-18G Growler, questa variante è dotata di apparati per la guerra elettronica interni, di pod ESM/ECM installati (come per la controparte statunitense) alle estremità alari e un radome più corto che potrebbe far pensare alla presenza di un nuovo radar AESA con maggiori capacità per la guerra elettronica. Il numero preciso degli esemplari costruiti non è noto, ma fonti riferiscono che potrebbero essere stati consegnati tra i 100 e i 130 esemplari.

J-15 Flying Shark e derivati

Successivamente all’acquisto da parte della Cina della portaerei Varjag, gemella mai completata della Admiral Kutznetsov in servizio nella Marina Russa, la PLANAF appalesò l’esigenza di un aereo da poter imbarcare sulla nave prima che questa fosse completata.

La scelta, ovviamente, data la scarsa esperienza nello sviluppo di aerei imbarcati, e viste le caratteristiche STOBAR della nave, ricadde nuovamente su di un derivato del J-11B. L’esperienza accumulata nello sviluppo del J-11, unita allo intensivo studio di un prototipo incompleto del Su-33 navale ricevuto dall’Ucraina, il T-10K-3, portarono allo sviluppo del J-15A “Flying Shark”.

Il J-15A è un caccia multiruolo di quarta generazione, strutturalmente simile alla versione russa, ma che si avvale, però, della stessa tecnologia applicata nello sviluppo del J-11B, sia per quanto riguarda sistemi elettronici, sia per l’avionica e gli armamenti.

L’aereo ha volato per la prima volta il 31 agosto 2009, mentre i primi appontaggi e decolli sulla “nuova” Liaoning (CV-16) sono stati eseguiti nel settembre del 2012, in concomitanza dell’immissione in servizio della portaerei.

Il J-15A, oltre al già noto problema del limite di carico imposto dal decollo da ski-jump, soffrirebbe anche di problemi tecnici, in particolare dovuti anche al suo elevato peso a vuoto. Problemi che hanno portato il J-15A a non essere più considerato come una scelta definitiva, ma un “gap-filler” in attesa di un aereo più prestante e dotato di gancio di arresto per l’imbarco sulle future unità CATOBAR dotate di catapulte EMALS. Da questo modello sono state sviluppate
ulteriori tre versioni: il J-15D da guerra elettronica, il J-15S, versione biposto del J-15A (primo volo il 4 novembre 2012) e il J-15T, dove la “T” sta per “Tanshe“, che tradotto dal cinese significa “lancio da catapulta”. Proprio per questo, nell’osservare l’aereo, la prima differenza che salta all’occhio è rappresentata dall’attacco per la catapulta sul carrello anteriore (primo volo luglio 2016).

Shenyang FC-31 - Wikipedia

Questa variante vedrebbe in parte risolti i problemi dell’aereo, almeno per quanto riguarda il limite di carico decollando da ski-jump. Nonostante si sia arrivati anche a realizzare un prototipo di questa variante lanciabile con catapulta, molto probabilmente, visti i problemi già menzionati in precedenza, questa non avrà mai “luce verde“, in quanto, con buona approssimazione, gli sarà preferita una versione dedicata del nuovo Shenyang FC-31 Gyrfalcon. Per
quanto riguarda la produzione, si stima che siano una cinquantina i Flanker navali cinesi usciti dalla catena di produzione di Shenyang.

Il Sukhoi Su-35SK Flanker-E

In tempi recenti la Cina si è dotata anche della variante più recente della famiglia dei Flanker, il Su-35SK Flanker-E, caccia di generazione 4++ che ha nella superiorità aerea la sua missione principale.

Sukhoi Su-35S for China – Su-27 Flanker Family

La Cina ne ha ordinato 24 esemplari il 19 novembre 2015, con gli ultimi aerei consegnati a gennaio 2019. Attualmente, sono 23 gli esemplari in organico, in quanto uno di questi è andato perso sullo Stretto di Taiwan il 4 settembre 2020.

Conclusioni

Sebbene il caccia di quinta generazione, il caccia Stealth Chengdu J-20A “Mighty Dragon”, sia già disponibile ma in un numero esiguo di esemplari, i Su-27/30 ed i loro derivati cinesi costituiranno ancora per molti anni la spina dorsale dei reggimenti da caccia della PLAAF.

In quest’ottica, l’acquisto dei Su-35SK, vista l’abbondanza di nuovi aerei da caccia, si può considerare una scelta “esplorativa”, utile sia per trarne spunti per ulteriori aggiornamenti dei nuovi lotti di J-11, sia per permettere alla PLAAF di avere un asset altamente competitivo fino all’arrivo di un numero maggiore del nuovo J-20A.

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