domenica, Ottobre 17, 2021

IL RE È MORTO, LUNGA VITA AL RE! Il Sudan dopo la caduta di al-Bashir

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Il Sudan dopo la caduta di al-Bashir: il Concilio di Sovranità Nazionale, le milizie ribelli e i nuovi risvolti regionali per Khartoum

Il Sudan del regime di Bashir: oppressione e repressione

Omar al-Bashir (5 aprile 2019)
REUTERS/Mohamed Nureldin Abdallah/File Photo – RC1C3DD92970

A Kharoum nell’Aprile 2019, in seguito a mesi di rivolte e proteste del popolo sudanese, viene deposto, dopo 30 anni di dominio incontrastato, il presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir salito al potere nel 1989 rovesciando in un golpe di militari Sadiq al-Mahdi, leader della Umma Party e figura chiave nel processo di indipendenza sudanese. Dal 1989 fino al 2019 al-Bashir instaura una fitta ragnatela di interessi ed equilibri di cui per tre decenni rappresenterà il fulcro e lo porterà a diventare il primo capo di Stato ad essere perseguito dalla Corte Penale Internazionale (ICC) per reati che spaziano da accuse multiple di genocidio, passando per crimini di guerra fino a crimini contro l’umanità quali il bombardamento mirato ed intenzionale di civili o i molteplici reati di tortura.

Il Sudan del Colonnello al-Bashir si reggerà per tutta la durata del regime su un delicato bilanciamento criminale tra la classe militare al governo, le milizie tribali sparse per il Paese e gli onnipresenti legami con organizzazioni fondamentaliste e terroristiche quali Al-Qaeda e Al Fahr offrendo rifugio a nientemeno che Osama Bin Laden ed arrivando ad essere definito “rogue state”  iscritto alla lista di Paesi sostenitori del terrorismo dal POTUS Bill Clinton in seguito agli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania del 7 Agosto 1998 ad opera proprio di Al-Qaeda ai quali gli USA hanno risposto con uno strike missilistico sulla fabbrica farmaceutica di Al-Shifa situata a Nord di Khartoum.

Sempre sotto al-Bashir l’esecutivo si renderà responsabile, nel più grande contesto della seconda guerra civile sudanese, della questione del Darfur che continua a segnare il Paese intero e la sua posizione sul panorama internazionale a causa della gravissima crisi migratoria e i numerosi massacri di popolazione civile causati dalle locali milizie tribali quali i Janjaweed ( i cosiddetti “demoni a cavallo”)e dai raid delle forze governative inquadrate nelle Rapid Support Forces costando ad al-Bashir nel 2008 un ordine di cattura emesso dal Procuratore Capo della ICC Luis Moreno Ocampo con le accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati sin dal 2003.

Le rivolte del 2019 in seguito alle ennesime violazioni dei diritti e delle libertà personali della popolazione che chiedeva a gran voce la caduta del dittatore sono culminate nella deposizione di al-Bashir e con la sua incarcerazione a Khartoum con accuse di corruzione instaurando nel Paese un delicato e non meno controverso processo di transizione che dovrebbe, almeno idealmente, portare alle prime elezioni democratiche dopo decenni agli inizi del 2022.

Il Consiglio di Sovranità Nazionale: cambiare tutto per non cambiare niente

Generale “Hemetti” Dogalo (Fonte:EgyptIndependent.com)

A quasi due anni dalla caduta di al-Bashir la situazione sudanese non presenta ancora i frutti sperati dalla rivoluzione del 2019 con le poche aperture democratiche e liberali puntualmente sedate dalla repressione della classe dirigente militare e dalle frange più radicali andando così esclusivamente a sostituire ad al-Bashir i nomi della componente in stellette del Consiglio di Sovranità Nazionale che, in seguito ad accordi con i rappresentanti dei movimenti di protesta, è composto non solo da militari bensì anche da civili che rivestono ruoli nel Consiglio e nel Governo Nazionale. Secondo reports del 2020 stesi dall’organizzazione non governativa Human Rights Watch sul Sudan nonostante ci siano state alcune riforme rilevanti quali l’abolizione dell’infibulazione femminile (su iniziativa del Primo Ministro Abdalla Hamdok nel Novembre 2019) o del reato di apostasia molte sono state le iniziative ignorate e le promesse non mantenute dal Consiglio in seguito alla stesura della bozza costituzionale del 2019 come per esempio la mancata istituzione di un organo legislativo, quindi di una qualsiasi forma di assemblea nazionale, andando a violare non solo l’idea di State of Law ma qualsiasi fondamento per introdurre la legalità e una democrazia basata sulla separazione dei poteri nel Paese. Non meno grave è la mancata ricostruzione degli organi di sicurezza che oltre a perpetrare sistematicamente violazioni di diritti umani rivestono ancora oggi un rilevante peso politico nelle meccaniche interne sudanesi ed esercitando una forte influenza in tutti i settori economici e strategici della Nazione presentando allo stato attuale come riforma sostanziale il cambio di denominazione da National Intelligence and Security Services a General Intelligence Service e togliendo di mezzo dalla posizione di capo dei servizi il generale Salah Gosh entrato in conflitto con il CSN, e in particolare con il generale “Hemetti” Dogalo, in seguito alla decisione di affibbiare il NISS all’esercito e alla riduzione dei salari del personale.

Il Consiglio non ha neanche portato alla cessazione definitiva delle ostilità verso la popolazione civile o dei massacri sia che ad opera delle forze regolari, in particolar modo le Rapid Support Forces, sia dalle già citate milizie Janjaweed che continuano ad avere un dominio apparentemente incontrastato e basato su consuetudini tribali e sulle influenze dei vari clan di cui quello dei Rizeigat rappresenta uno dei gruppi più forti vantando tra i propri appartenenti lo stesso  generale Mohamed Hamdan “Hemetti” Dogalo, vice segretario del Consiglio di Sovranità Nazionale e capo indiscusso delle formazioni RSF, e Musa Hilal, signore della guerra e condottiero miliziano già oppositore di al-Bashir. La continuità dell’attuale esecutivo nell’attuazione di condotte violente atte a reprimere ogni qualsivoglia forma di dissenso la si ha con il caso eclatantedel massacro di Khartoum del 3 Giugno 2019 dove, in seguito a manifestazioni pacifiche contro Bashir ormai deposto ad Aprile dello stesso anno, le forze di sicurezza con la partecipazione delle RSF hanno aperto il fuoco sulla folla causando la morte di quello che si stima fossero 120 persone e portando avanti stupri e violenze indiscriminate contro la popolazione civile. A Dicembre 2020, sempre come riportato da Human Rights Watch, il Consiglio di Transizione Nazionale non ha ancora rilasciato alcuna conclusione delle indagini riguardanti il massacro.

Allo stato attuale quindi se da una parte si hanno i tentativi di aprire il Sudan alla democrazia e al progresso ad opera soprattutto del Premier Hamdok dall’altra si ha l’impenetrabile muro delle gerarchie militari che, sotto il Governo di Transizione prima e sotto il Consiglio di Sovranità Nazionale ora, mascherano la sempre più palese intenzione di mantenere quanto più potere possibile in mano alla classe militare mettendo a serio rischio persino l’accordo di elezioni per il 2022 ( alle quali i membri del Consiglio sarebbero incandidabili ). Il pugno di ferro dei militari continua non solo per mezzo delle continue repressioni e privazioni condotte contro la popolazione civile, come i frequenti blackout di internet nel Paese e la pressante censura dei mass media, ma anche per mezzo di raffinati disegni politici.

General Abdel Fattah al-Burhan, the head of Sudan’s ruling military council, addresses the crowd in Khartoum’s twin city of Omdurman on June 29, 2019.
(Photo by ASHRAF SHAZLY / AFP)

Nel tentativo di ripulire l’immagine del Sudan agli occhi dell’opinione pubblica internazionale il 31 Agosto 2020 viene firmato lo Juba Peace Agreement tra il Consiglio di Sovranità Nazionale, affiancato tra gli altri da rappresentanti dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti, e una coalizione di milizie antigovernative che per anni hanno combattuto nel Darfur e nelle regioni occidentali del Paese contro le forze del governo centrale quali il Sudanese Revolutionary Front, il Justice and Equality Movement e il Sudan Liberation Movement. Gli accordi di Juba, salutati con il plauso della comunità internazionale e sottoscritti solennemente con l’immagine eroica dei generali Burhan e “Hemetti” nonché del premier Hamdok, di fatto hanno segnato l’inclusione di altri gruppi armati nel processo di stabilizzazione del Paese andando a cristallizzare e consolidare ancor più il potere delle stellette in vista delle votazioni del 2022.

Sul fronte del Darfur il CSN non è riuscito ad arginare il potere delle milizie tribali locali, i Janjaweed, che ancora a Gennaio 2021 hanno condotto una massiccia incursione contro Al Geneina, capitale dello Stato del Darfur Occidentale, perpetrando stupri e violenze tipiche di tali milizie e provocando la morte di 83 persone e 160 feriti (fonte New York Times) dimostrando ancora una volta come la crisi del Darfur non sia finita con la fine della Seconda Guerra Civile Sudanese nel 2005 ma anzi sia ancora un settore caldo fonte di gravi disagi quali flussi migratori e campi profughi stremati per l’intera regione. A mettere a maggior rischio la sopravvivenza delle popolazioni locali è la Resolution 2559 delle Nazioni Unite che dichiara concluso il 31 Dicembre 2020 il mandato della missione UNAMID con il ritiro progressivo dei caschi blu dell’ONU e dell’Unione Africana dal Sudan entro il 2021 lasciando di fatto mano libera non solo alle milizie ma anche alla gestione caotica e spesso violenta della situazione alle forze di sicurezza governative in particolare le già citate Rapid Support Forces.

IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO: HAMDOK, BURHAN E HEMETTI

Ogni rivoluzione, golpe o movimento della Storia che si rispetti ha avuto nomi di importanti figure a cavallo tra la realtà e i miti popolari, alcuni di questi nomi sono appartenuti a eroi nazionali e figure “positive” dalle quali i popoli hanno tratto esempio mentre altri venivano portate da figure che si sarebbero rivelate un connubio di carisma e criminalità, di eroico e proibito. I francesi nel 1789 hanno avuto Robespierre e poi Napoleone, i bolscevichi che caricavano la guardia zarista avevano in testa Lenin, Stalin e Trotsky, il Risorgimento Italiano ha visto Garibaldi, Mazzini e Cavour al Sudan nel 2019 sono capitate personalità sicuramente meno illustri e parte delle quali ricercata dalle autorità giudiziarie di mezzo mondo ma non per questo meno interessanti o non meritevoli di una presentazione.

Abdalla Hamdok (Fonte: Anadolu Agency)

Il 21 agosto 2019 Abdalla Hamdok giura come Primo Ministro del Sudan diventando la testa del neo-costituitosi Governo veterano di una lunga esperienza di incarichi d’alto prestigio nel panorama nazionale ed internazionale rivestendo dal 2011 al 2018 la posizione di vice segretario esecutivo della Commissione Economica per l’Africa presso le Nazioni Unite dopo aver condotto posizioni di rilievo in Zimbabwe e nella Costa d’Avorio nel settore economico-finanziario e lavorando diversi anni nella Banca Africana dello Sviluppo. La figura di Hamdok nell’esecutivo sudanese rappresenta l’impersonificazione delle volontà di cambiamento sociale del Paese, arenato in una situazione di crisi economico-sociale ormai da decenni. Il cambiamento portato dal Premier ha avuto applicazione pratica nel braccio di ferro operato da Hamdok con i componenti militari del CSN riuscendo a negoziare importanti conquiste quali per esempio l’allontanamento dall’Università di Khartoum di esponenti corrotti o troppo vicini ad al-Bashir, l’inclusione delle donne nel potere esecutivo affidando a personaggi femminili interi Ministeri come quello degli Esteri a Asma Mohamed Abdalla o quello del Lavoro e dello Sviluppo Sociale  a Lina al-Sheikh. Altrettanto importante risultato ottenuto da Hamdok dal punto di vista sociale è stata l’abolizione delle mutilazioni genitali femminili (legate ad antiche pratiche legate al diritto shariatico) nonché l’abolizione di tutte quelle leggi che limitavano la libertà di associazione, spostamento o vestiario. Il ruolo chiave rivestito da Hamdok insieme al rischio che la sua figura rappresenta per il potere cristallizzato dei militari sono costati al Primo Ministro un tentativo di assassino per mezzo di autobomba nella capitale Khartoum a Marzo 2020.

Abdel Fattah al-Burhan diventa Segretario Generale del Consiglio di Sovranità Nazionale succedendo al generale ed ex-Ministro della Difesa Awad Ibn Auf guadagnandosi il favore del popolo e dell’opinione pubblica internazionale in seguito all’apertura delle forze armate alle negoziazioni con la popolazione civile durante le proteste a Khartoum per la deposizione di al-Bashir. La nomina di al-Burhan è dovuta al fatto di essere allo stesso tempo un importante figura dell’entourage militare nazionale, già attachèe sudanese in Cina e alto ufficiale dell’esercito, come anche una delle poche figure chiave della politica sudanese a non essersi macchiata di gravi violazioni durante la guerra civile e la crisi del Darfur. Il suo ruolo di mediatore tra la parte militare e civile del CSN rappresenta il principale strumento di proiezione del Sudan nelle diatribe internazionali negoziando con l’Etiopia per la Grand Renaissance Dam, portando avanti l’avvicinamento con gli USA e mediando i rapporti chiave del Paese con Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Mohamed Hamdan Dogalo è l’impersonificazione per eccellenza della corruzione e della criminalità organizzata sudanese che impregna la classe militare sudanese. Inizia la propria carriera entrando nella guardia di confine sudanese ai tempi della guerra civile già forte di esperienza sul campo guadagnatasi nelle milizie sahariane dei Janjaweed essendo un appartenente al clan tribale dei Rizeigat fino a scalare le gerarchie militari per essere uno dei luogotenenti di Omar al-Bashir. “Hemettiha riconosciuto la propria co-responsabilità nei massacri di Adwa del 2004 nonché nelle violenze e negli stupri perpetrati nel Darfur Meridionale ad opera delle forze irregolari e governativi da lui guidate, la stessa Human Rights Watch ha osservato come le Rapid Support Forces si siano più volte cimentate, spontaneamente o insieme a milizie irregolari, in stupri e soprusi verso la popolazione civile (da ricordare il già citato massacro di Khartoum del 2019). Si potrebbe azzardare che nonostante la sua posizione di “vice” sia in realtà “Hemetti” ad essere il principale tessitore delle sorti sudanesi in vista delle elezioni previste per il 2022 considerando anche il suo essere  titolare della “al-Junaid”, la più grande compagnia di estrazione dell’oro del Sudan, rendendosi di fatto non solo l’uomo più ricco del Paese ma attore capace di applicare la sua influenza politica ed economica in piena scioltezza per il raggiungimento dei suoi scopi nel Sudan riformato arrivando ad eliminare con facilità la propria concorrenza come con l’arresto ad opera delle sue RSF di Musa Hilal, potente signore della guerra darfuriano e capo Janjaweed.

I RISVOLTI INTERNAZIONALE DEL NUOVO CORSO SUDANESE

Una delle principali problematiche del Sudan dopo la caduta di al-Bashir è stata la riabilitazione dell’immagine del Paese agli occhi dell’opinione pubblica, non solo per mostrare la volontà di uscire dall’ancien regime del dittatore ma anche e soprattutto per rendersi capaci di attirare fondi ed investimenti esteri per la ricostruzione del Paese. Per anni una delle principali fonti di reddito per le casse sudanesi sono state le numerose e tutt’ora continue guerre arabe dove Khartoum ha partecipato con l’impiego dei propri regolari e delle milizie assimiliate più che ad un esercito nazionale ad un servizio mercenario destinato al miglior offerente. Fino ad oggi il miglior acquirente di questi servizi è stata l’Arabia Saudita che già in tempi non sospetti si è affidata alle truppe sudanesi nel conflitto in Yemen (lo stesso Bashir ha servito in Yemen come ufficiale paracadutista) provocando a sua volta un raffreddamento delle relazioni tra Khartoum e Teheran in favore di finanziamenti e protezione diplomatica di Casa Sa’ud.

La deposizione del regime il mantenimento di rapporti stabili con partner fondamentali come Egitto ed Emirati Arabi Uniti che non vedono di buon occhio una troppo repentina apertura alla democrazia nella regione per paura del rischio di destabilizzazione a catena dei propri regimi, cosa temuta principalmente dal Generalissimo Al-Sisi che si vedrebbe aprire un secondo fronte esterno insieme a quello libico e nonché correrebbe il pericolo eventuale rafforzamento della Fratellanza Musulmana nel Paese essendo l’organizzazione nata proprio nel vicinissimo Sudan. In questa direzione è servita la messa al bando da parte di Khartoum dell’organizzazione e le successive trattative con Cairo per la consegna dei suoi esponenti.

Guardando a Occidente il Sudan ha compiuto rilevanti manovre diplomatiche per ripulire la propria immagine e percezione esterna siglando il 23 Ottobre 2020 il riconoscimento, con il Primo Ministro Hamdok davanti al Segretario di Stato USA Mike Pompeo, dello Stato d’Israele dopo Bahrein e Emirati Arabi Uniti al costo di ricevere minacce di rappresaglia da parte di Iran (Reuters). Il riconoscimento di Israele ha comportato in seguito nello stesso anno, il 14 Dicembre 2020, la rimozione del Sudan dalla lista dei Paesi sostenitori del terrorismo dopo l’inserimento avvenuto 27 anni prima ad opera di Bill Clinton.

Il 2021 vede nuove sfide per Khartoum con lo scoppio della guerra civile in Etiopia tra governo centrale e ribelli del Tigray. Il conflitto ha infatti generato un preoccupante esodo di massa di tigrini ed etiopi verso i già fragili campi profughi sudanesi generando non poche dispute territoriali tra Sudan ed Etiopia per territori contesi come la regione di confine di Fashaqa e correlati scontri armati tra i due Paesi mediante forze regolari e raid dei sempre presenti Janjaweed. La situazione creatasi con la guerra civile etiope non fa che scaldare le tensioni nella regione riguardanti la GERD, questione che vede anche il coinvolgimento dell’Egitto.

In conclusione il processo che il Sudan ha intrapreso con tanto vigore nel 2019 rischia di protrarsi ancora per molto tempo anche nel caso si ottengano con successo le elezioni governative del 2022, essendo il Paese in una situazione di continuo bilico tra aperture civili, con relative richieste di progresso, e una componente di regime ancora ben presente e fortemente consolidata a tutti i livelli della società locale tra ufficiali corrotti e clan tribali che godono di una vera e propria autorità para-statale ancora in gran parte del Paese. Per questi ed altri motivi sarà impossibile notare nel Paese realtà democratiche e statali di stampo occidentale data la peculiarità del sistema sudanese e della sua stratificata struttura dove l’amministrazione statale lascia spazio al dominio di tribù e clan del deserto, dove le istanze progressiste di parte della classe dirigente e di una certa classe della popolazione incontrano sistemi basati su tradizioni di governo arcaiche e con forte influenza tradizionale e religiosa agli occhi di una civiltà occidentale che ha goduto di un excursus evolutivo ben diverso che renderebbe forse futile una comparazione a freddo priva delle conoscenze degli istituiti e sistemi di potere nonché della diversa società.

Dedicato con affetto e sentimento a S.

BIBLIOGRAFIA PARZIALE:

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