domenica, Novembre 28, 2021

Il senso di Tehran per le milizie

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Al di là delle forze missilistiche e delle possibilità di sviluppo di armamenti nucleari, uno delle risorse più funzionali alla proiezione di potenza della Repubblica Islamica dell’Iran è la sua vasta rete di partiti, milizie e gruppi disseminati in diverse zone del Medio Oriente e riuniti sotto il nome di Asse della Resistenza. Questi proxy permettono alla Repubblica Islamica di compiere svariate operazioni, dalla semplice pressione politica all’intervento armato, senza doversi esporre direttamente. Il rapporto fra l’Iran e questi attori non è però uniforme, ma varia a seconda del contesto del paese in cui opera e dall’importanza strategica per l’Iran.

Analizzando infatti il rapporto fra gli apparati iraniani e tre di questi attori regionali, Hezbollah in Libano, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) in Iraq, e Ansar Allah (Houthi) in Yemen, si mostrerà come questi possano essere molto più variegati e complessi di quanto si possa immaginare.

Hezbollah

Manifestazione di Hezbollah dopo l’uccisione di Soleimani e al-Muhandis nel gennaio 2020

Cominciamo con la relazione più antica fra le tre: quella con il Partito di Dio (Hizb Allah) libanese: nato nel 1982 in piena guerra civile libanese e solo 3 anni dopo la rivoluzione khomeinista in Iran, il partito-milizia ha rapidamente assunto il ruolo di riferimento della componente sciita della popolazione libanese, scalzando il predominio di Amal e mettendo a segno diverse operazioni militari, anche grazie al supporto dei Pasdaran e della Siria. Date queste caratteristiche, il rapporto fra la leadership di Hezbollah e gli apparati della Repubblica Islamica è molto stretto, data anche la quasi totale corrispondenza ideologica fra i due ambienti, avendo Hezbollah sposato la causa della rivoluzione islamica khomeinista.

Oltre la vicinanza ideologica, l’arsenale, soprattutto missilistico, di Hezbollah permette all’Iran di minacciare il territorio israeliano, senza dover sviluppare autonomamente vettori a lungo raggio che attirerebbero le ire della comunità internazionale. Oltre a ciò, il partito libanese assicura il controllo del punto di arrivo del cd. “corridoio sciita” sulle sponde mediterranee, contrastando attraverso la sua azione politica gli interessi delle monarchie del Golfo nel paese. Più recentemente inoltre, la milizia libanese è stata un alleato importante per Bashar al-Assad, che ha potuto contare su un flusso di miliziani ben equipaggiati e addestrati e su un confine siro-libanese abbastanza poroso da far passare in Siria equipaggiamento e rifornimenti.

Hassan Nasrallah insieme alla Guida Suprema Ali Khamenei.

Se quindi per l’Iran Hezbollah ha un valore storico, ideologico e strategico, altrettanto vale all’inverso: Hassan Nasrallah (il leader di Hezbollah) sfrutta la vicinanza con l’Iran per presentarsi agli sciiti libanesi come loro rappresentante e difensore, sia contro le influenze di potenze estere, sia verso le altre componenti della popolazione libanese, oltre a vedersi garantito un posto di rilievo all’interno dell’Asse della Resistenza (l’alleanza che raccoglie i governi e i proxy filo-iraniani) e un flusso costante di finanziamenti, oltre a un posto in una qualsiasi negoziazione sul futuro del Libano, in virtù dei suoi costanti contatti con l’establishment della Repubblica Islamica.

L’Iran può quindi contare su un alleato addestrato e ben equipaggiato, soprattutto per quanto riguarda la componente missilistica e anti-aerea, fondamentale per contrastare i nemici della Repubblica Islamica nella zona, con un saldo radicamento nella popolazione libanese e una struttura gerarchica ben definita. Al contempo Hezbollah può sfruttare la sua relazione con gli Ayatollah come moltiplicatore di forza, acquisendo un ruolo che va al di là dello scenario libanese, per inserirsi nella politica regionale in maniera ineludibile, oltre al garantirsi una difesa da eventuali attacchi sfruttando le possibili rappresaglie iraniane in caso di operazioni contro i miliziani libanesi.

La relazione non è comunque esente da minacce: Hezbollah è infatti un partito che si presenta alle elezioni, e che ha quindi bisogno di conquistare il maggior consenso possibile, anche all’infuori delle tradizionali fasce di popolazione che lo sostengono. Ciò potrebbe portare Hezbollah a perseguire una politica più autonoma da Teheran, sfruttando anche la sua importante storia durante la guerra civile libanese, i conflitti con Israele del 2000 e del 2006 e la sua struttura tutto sommato autonoma, oltre al consenso di cui già gode nel paese fra gruppi che vedono come ingombrante la presenza iraniana (cristianomaroniti e musulmani sunniti soprattutto).

Forze di Mobilitazione Popolare (PMF)

Convoglio delle PMF in Iraq

Se Hezbollah può vantare un certo grado di autonomia da Teheran, la situazione cambia drasticamente se ci si sposta in Iraq e si esamina il rapporto con le Forze di Mobilitazione Popolare. Questa coalizione di varie milizie di diverse grandezze, in larga parte ma non unicamente sciite, è stata creata dietro l’impulso dell’Iran nel 2014 all’indomani della nascita dell’ISIS per combattere l’auto-proclamato califfato e impedire che si espandesse, avvicinandosi ai confini iraniani, ma si è poi evoluta per diventare uno strumento di pressione e controllo sul governo di Baghdad.

Teheran è necessariamente portata a controllare il suo vicino occidentale, con cui condivide più di 1.500 km di frontiera terrestre, e che fino al 2003 ospitava il regime di Saddam Hussein, nemico giurato della Repubblica Islamica, che ha portato i due paesi a scontrarsi nell’unica guerra formale dell’Iran post-rivoluzionario e che ha dato rifugio a svariati gruppi ostili al regime degli Ayatollah, quali ad esempio i Mojahedin del Popolo Iraniano. L’Iran si è anche intestata la protezione della popolazione sciita residente in Iraq, sia nei confronti dell’estremismo sunnita ma anche quelle che considera forze occupanti, quali quelle delle coalizione internazionale a guida statunitense.

Per questa necessità di controllo l’Iran si inserisce prepotentemente nelle strutture delle PMF, soprattutto attraverso le IRGC, designando i comandanti delle varie brigate, ma anche le operazioni e gli obiettivi, nonostante le PMF siano formalmente sotto il controllo dell’ufficio del Primo Ministro iraqeno. Oltre a ciò l’Iran fa passare attraverso la porosa frontiera irano-iraqena ingenti rifornimenti militari, che si aggiungono a quelli che le milizie ottengono grazie alla loro partecipazione nella lotta allo Stato Islamico. Come risultato si ha una forza abbastanza numerosa con accesso a svariati armamenti, dai più classici come IED e droni suicidi fino a carri armati e artiglierie pesanti.

L’Iran utilizza questa risorsa sia per il suo scopo originario, ovvero combattimento e controllo delle zone in cui ci sia la presenza di combattenti dell’ISIS e di altri gruppi estremisti, ma anche e sempre più spesso come mezzo di pressione e controllo verso il governo iraqeno e soprattutto verso la presenza militare USA e alleata.

Se verso il primo le PMF utilizzano metodi quali i cortei di piazza, ma anche la repressione delle manifestazioni di sentimento anti-iraniano, mediante o la violenza contro i manifestanti o l’intimidazione e il rapimento di attivisti fino al loro assassinio, verso le forze della Coalizione le azioni hanno un significato molto più simbolico che effettivo, superando raramente l’utilizzo di droni suicidi o di razzi non guidati verso installazioni militari, oppure attentati contro convogli logistici, che raramente provocano vittime e servono più che altro a far percepire la presenza iraniana senza scatenare una escalation, come invece è avvenuto nel dicembre 2019-gennaio 2020 con l’attacco contro l’ambasciata USA e il conseguente assassinio del generale Soleimani, architetto peraltro della rete di proxy iraniani, e al-Muhandis, segretario dell’organo direttivo delle PMF.

Poiché il grado di controllo che la Repubblica Islamica esercita sulle PMF (e sull’Iraq in generale) il rapporto è molto più difficile e problematico: per prima cosa la popolazione iraqena sente molto più vicina la presenza iraniana, anche visto il grande numero di pellegrini che visita ogni anno i luoghi santi sciiti, e percepisce questa presenza come uno degli ostacoli all’affermazione di uno stato iraqeno forte. Questo sentimento scatena spesso proteste che vengono altrettanto spesso represse con vittime delle forze di sicurezza delle PMF. Ma anche fra le milizie ci sono spesso casi di defezione e contrasti a causa delle troppa ingerenza iraniana, visto anche il fatto che a differenza di Hezbollah ci troviamo di fronte a una colazione di svariate milizie, che spesso hanno un loro parito in Parlamento, che punta più al mantenimento di posizioni di potere tramite la conservazione dello status quo che alle esigenze di Teheran (primo fra tutti il Movimento Sadrista e il suo braccio militare, le Brigate della Pace, di al-Sadr). Oltre a ciò gioca un ruolo fondamentale l’influenza del Grande Ayatollah al-Sistani, altro grande eroe della lotta contro l’ISIS e guida religiosa sciita in forza del suo ruolo di custode della Moschea di Najaf, forte oppositore della concezione religioso-politica khomeinista e sostenitore della causa nazionale iraqena, a cui molti fuorusciti dalle PMF si sono rivolti.

Se quindi da un lato l’Iran ha necessità di avere un forte controllo sull’Iraq, perlomeno nelle zone di frontiera e in quelle in cui risiede la popolazione sciita, snodo fondamentale del progetto dell’autostrada sciita e ventre molle della Fortezza Iran, la sua eccessiva ingerenza nello scenario politico iracheno rischia di risucchiare la Repubblica Islamica e fargli spendere ingenti risorse nel tentativo di riuscire a controllare le sue milizie, conquistarsi il supporto di fette importanti della popolazione e contenere la presenza statunitense, islamista e dei gruppi ostili che potrebbero usare il paese come base per colpire l’Iran.

Ansar Allah (Houthi)

Miliziani di Ansar Allah nello Yemen settentrionale

Se nei casi precedenti l’Iran ha agito in maniera determinante per favorire la nascita e l’affermazione dei suoi proxy, con il caso di Ansar Allah ci troviamo in una situazione parzialmente diversa. Il movimento sciita infatti si inserisce nel lungo e travagliato processo di formazione dello stato yemenita, riunificato solo nel 1990 e teatro di una guerra civile iniziata nel 2004 ed evolutasi in una guerra vera e propria nel 2014 con gli interventi degli altri stati del Golfo. Il gruppo armato si inserisce in queste vicende avendo, come negli altri casi esaminati, preso le difese dei gruppi sciiti del paese, prevalentemente residenti nel nord e nel nord-est del paese, unendo ai motivi religiosi la divisione territoriale nord-sud che ha sempre caratterizzato la storia contemporanea yemenita.

L’interesse iraniano verso questa milizia ha iniziato a farsi importante dopo il 2014, con l’intervento a favore degli oppositori degli Houthi da parte di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti: la vicinanza dei territori controllati dalla milizia permetteva di colpire il territorio saudita anche con armi non sofisticate, come missili balistici antiquati, razzi non guidati e droni suicidi, infliggendo danni soprattutto alle infrastrutture petrolifere del rivale sunnita della Repubblica Islamica, oltre alla possibilità di minacciare il traffico marittimo nel Mar Rosso e nello stretto di Bab al-Mandab.

Se però negli altri casi insieme al supporto militare e tattico, gli Ayatollah si erano mossi anche per assicurare una convergenza politica, creando partiti ideologicamente affini e avviando una serie di scambi fra figure rilevanti dei vari scenari, con il gruppo yemenita l’Iran ha deciso di mettere in pratica un approccio molto più discreto, lasciando da parte la costruzione di rapporti politici stabili, tanto che il primo riconoscimento ufficiale di un addetto militare Houthi a Teheran è del 2019.

Attacchi di droni Houthi sul territorio e le infrastrutture petrolifere saudite

Ciò permette ad Ansar Allah di muoversi in autonomia, perseguendo i propri obiettivi forti però del supporto militare di Teheran, anche in loco mediante operativi Pasdaran. Questi punta infatti sul fatto che una qualsiasi operazione messa in atto dagli sciiti yemeniti metterà sotto pressione la monarchia saudita, continuamente bersagliata da attacchi sul proprio territorio che non provocano grossi danni, ma che ne incrinano fortemente l’immagine, incapace di colpire gli Houthi nel territorio collinare e montuoso dello Yemen settentrionale in cui è continuamente soggetta a imboscate e agguati, e in difficoltà nel resto del paese, dove l’alleanza con gli Emirati è messa sempre più a dura prova.

L’Iran infatti non punta a fare dello Yemen un paese completamente sotto il controllo di un governo alleato, ma semplicemente a far si che l’Arabia Saudita sprechi il maggior numero di risorse nello scenario, che comunque rimane lontano dal valore strategico di Libano e Iraq. Per questo motivo, è anche lo scenario in cui più probabilmente si potrebbe vedere una soluzione negoziata fra le parti, come già era accaduto nel 2011-12, vista anche la totale inefficienza dello strumento militare saudita contro quella che è comunque una milizia priva mezzi pesanti o aviazione.

Proprio in vista di un possibile inizio di negoziati, Ansar Allah potrebbe decidere di rinforzare e rendere più visibili i propri legami con l’Iran, in modo da rinforzare la propria posizione negoziale. Questo potrebbe incontrare però alcune resistenze da parte dell’establishment iraniano, che si renderebbe di fatto complice di attacchi a un paese terzo e alla navigazione nel Mar Rosso, attirando attenzioni non volute da parte della comunità internazionale.

La situazione è comunque variabile, visto anche che lo scenario yemenita è l’unico in cui si combatte attivamente, con le forze di Ansar Allah che rischiano di sfondare sul fronte di Marib, assicurandosi un controllo virtualmente inscalfibile su tutto il nord-ovest del paese. A quel punto la soluzione negoziale potrebbe essere l’unica soluzione valida per gli stati del Golfo per tirarsi fuori dallo Yemen.

Conclusioni

Nonostante le varie differenze e problematicità che la rete di proxy riuniti nell’Asse della Resistenza presenta all’Iran, questa rimane una delle risorse più importanti a disposizione dell’apparato militare e ideologico della Repubblica Islamica. Un eventuale attacco all’Iran infatti avrebbe come reazione certa rappresaglie in tutti gli scenari in cui sono presenti milizie affiliate, con l’utilizzo in toto dei propri arsenali. Attraverso i partiti affini gli Ayatollah possono veicolare consenso sulle istituzioni che contraddistinguono il regime iraniano, presentandosi non solo come i protettori degli sciiti ma come i fautori di un’ordine capace di garantire sicurezza e tolleranza. È per questi motivi che con molta probabilità che qualsiasi nuova forma che il JCPOA prenderà includerà anche un accordo sulle milizie, che comporterà uno scontro diplomatico di intensità maggiore forse di quello sul nucleare, stante anche che una critica all’accordo del 2015 era appunto il suo non trattare in alcun modo i proxy della Repubblica Islamica.

Bibliografia:

Immagine di copertina: La Guida Suprema Ali Khamenei, il comandante della Forza Quds Qasem Soleimani e Muqtada al-Sadr in un incontro a Teheran nel settembre 2019

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