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La posizione strategica del Qatar nell’attuale crisi mediorientale

Nel pieno della crisi in Medio Oriente, con Israele alle prese con Hamas nella Striscia di Gaza ed Hezbollah in Libano e Siria, con gli Houthi che lanciano attacchi missilistici verso l’estremo nord del Mar Rosso ed attaccano i mercantili in navigazione in quel bacino, gli Stati Uniti avrebbero rinnovato gli accordi con il Qatar per l’impiego della grande base aeronautica di Al Udeid.

La notizia dell’avvenuto rinnovo decennale dell’accordo non è stata resa pubblica ma in qualche modo è pervenuta alla CNN la scorsa settimana ed è passata quasi in sordina.

Al Udeid, a buon ragione, può essere considerata la principale base aerea a disposizione degli Stati Uniti in Medio Oriente, dopo l’avvenuto ritiro (parziale, visti i continui rischieramenti) dalle basi in Arabia Saudita e la forte contrazione dei contingenti presenti in Iraq e Kuwait (entrambi sempre più attratti nell’area di influenza diretta ed indiretta iraniana), ridispiegati tra Siria, Emirati Arabi e Bahrein.

La base di Al Udeid ha un valore strategico enorme per gli Stati Uniti che la possono impiegare per coprire l’intero (o quasi) Medio Oriente, soprattutto con un occhio più che interessato a ciò che avviene nella sponda settentrionale del Golfo Persico in Iran, principale “Stato canaglia” dell’area nelle gerarchie del Dipartimento di Stato di Washington.

La posizione di Doha tra Teheran e Washington e la crisi con Riad ed Abu Dhabi

Peraltro, la situazione a ben vedere è a dir poco bizzarra perché l’emirato del Qatar è il principale socio in affari dell’Iran nel mercato del gas (dispone della più grande flotta di navi gasiere al mondo ed ha il controllo del relativo stoccaggio delle riserve) e, più volte, si è trovato sulla stessa rotta di collisione di Teheran con i Paesi arabi più importanti della penisola araba, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

L’Iran, come è noto, è il principale sponsor degli Houthi che, in concomitanza con la guerra tra Israele ed Hamas e le punture di spillo con Hezbollah tra Libano e Siria, hanno iniziato la loro guerra “personale” contro lo stato ebraico ed i traffici mercantili nel Mar Rosso, creando grossi problemi alle principali compagnie di navigazione ed a Stati come Egitto ed Arabia Saudita che hanno forti interessi ad una “tranquillità” della regione, da anni una chimera, nonostante gli sforzi profusi dalla coalizione guidata da Riad e Abu Dhabi per frenare i “bollenti spirti” dei ribelli yemeniti.

La stessa Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti decretarono una sorta di marginalizzazione del Qatar nell’ambito del Consiglio della Cooperazione del Golfo (CCG) a causa delle posizioni prese dal emirato contro la politica tenuta dalla coalizione guidata da Riad ed Abu Dhabi nello Yemen e più in generale nei confronti dello Stato Islamico fortemente radicato tra Iraq e Siria e nei rapporti con la “Fratellanza Mussulmana”.

La guerra civile siriana come guerra per procura

Proprio in Siria, si è assistito al paradosso di una guerra “civile” combattuta contro l’autorità centrale di Bassar Assad, sostenuto e tenuto letteralmente a galla da Mosca, da formazioni paramilitari e terroristiche alimentate da una parte da sauditi ed emiratini e dall’altra dai qatarioti, tralasciando le operazioni turche nel nord del Paese. Tali formazioni più volte si sono scontrate fra loro apertamente, usando la Siria come terreno di scontro in una sorta di guerra per procura delle monarchie della Penisola Arabica.

All’epoca della rottura dei rapporti tra le capitali saudita ed emiratina con Doha la diplomazia di Washington scese in campo per evitare quella che sembrava la conclusione inevitabile, una guerra aperta inter araba.

Fu proprio l’Iran, principale partner economico di Doha, a sopperire alla grave crisi, inviando derrate alimentari e generi nell’Emirato che, dall’oggi al domani, si ritrovò le frontiere terrestri sigillate e lo spazio aereo off limits.

I rapporti tra Qatar ed Hamas

Tornando alla stretta attualità non si può non notare che, pur essendo il Qatar dichiaratamente contrario ed ostile alle operazioni di Israele nella Striscia di Gaza, l’emirato è il canale aperto per il dialogo tra Israele ed Hamas da un lato, e tra Washington e Teheran dall’altro.

Il Qatar può essere considerato il principale contributore della galassia palestinese nella Striscia di Gaza e della sua appendice libanese; ogni anno l’emirato versa imponenti risorse per sostenere la “causa palestinese” e non è proprio un caso che a Doha abbiano trovato rifugio e protezione influenti elementi di Hamas e di altre formazioni che operano nella Striscia.

Evidentemente, il Qatar coltiva una politica che non è più in linea (semmai lo sia stata..) con quella di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein (questi due Paesi, insieme al Marocco, hanno siglato con Israele i c.d. “accordi di Abramo” tesi a normalizzare i rapporti con Tel Aviv).

I rapporti tra Doha e Tel Aviv

Doha si è sempre schierata apertamente contro gli “accordi di Abramo” perché sostiene che nessun compromesso con Israele possa essere trovato se non si risolve prima la questione dello Stato Palestinese (a discapito di Israele e/o comunque della situazione post Guerra dei Sei giorni del 1967 che ha modificato i confini).

Peraltro, proprio perché è altamente influente sulle dinamiche inter palestinesi, la crisi degli ostaggi israeliani ha “costretto” Tel Aviv (e Washington) ad attivare i contatti con Doha, con una serie di incontri riservatissimi (fino ad un certo punto evidentemente perché ne è stata volutamente data notizia sia pur non entrando nei particolari) tra i vertici dei servizi di intelligence e sicurezza israeliani e quelli qatarioti; questi incontri sono stati ripetuti nell’arco di questi mesi, segno inequivocabile che si è cercato (e si cerca nei limiti del possibile) una mediazione con Hamas che, finito l’effetto sorpresa, ha perso buona parte del suo potenziale bellico e del suo stato maggiore sotto le bombe israeliane.

D’altronde è’ pacifico che da parte del Qatar (e dell’Iran) non si voglia la completa eliminazione di Hamas, cosa che invece troverebbe concordi Israele ed altre fazioni palestinesi che hanno dovuto subire la crescita esponenziale del movimento che, di fatto, si è sostituita ad Al Fatah che, ad un certo punto si era detta favorevole all’ipotesi dei due Stati formulata dalla diplomazia statunitense ed osteggiata dal Likud, guarda caso il partito del premier Netanyiahu, che pone come precondizione il completo riconoscimento di Israele da parte di tutte le fazioni palestinesi, Hamas compresa che si è sempre rifiutata di compiere tale passo.

Gli interessi di Washington nell’area

Può sembrare paradossale che gli Stati Uniti rinnovino “l’affitto” di una base in un Paese che mantiene ottimi rapporti con una nazione inserita in cima alla lista degli Stati ostili e nemici, ma in realtà è proprio la politica tenuta dal Qatar a consentire questo gioco di “strane” alleanze.

“Clausewitz enumerated all sorts of war…personal wars, joint-proxy duels, for dynastic reasons…expulsive wars, in party politics…commercial wars, for trade objects…two wars seemed seldom alike”Thomas E. LawrenceSeven Pillars of Wisdom

Non bisogna dimenticare che nella tela di alleanze strategiche tessuta da Doha vi sono la Turchia che mantiene una discreta presenza militare nell’emirato, a fronte di un cospicuo supporto finanziario qatariota essenziale per le traballanti casse erariali di Ankara usate da Erdogan per alimentare sogni nazionalistici per il ritorno di una sorta di Impero Ottomano 2.0, e Paesi europei come Francia, Germania, Italia e Regno Unito, ognuno dei quali ha interessi stretti con il Paese del Golfo Persico, chi per la fornitura di gas, chi per consistenti investimenti del ricchissimo fondo sovrano qatariota, tutti peraltro interessati a piazzare ricche commesse di sistemi d’arma nell’emirato.

Grazie all’uso concesso della base di Al Udeid il Qatar si è garantito la protezione degli Stati Uniti da qualsiasi ipotetico attacco (grazie al potentissimo radar Early Warning A/N FPS-132 installato presso la capitale qatariota) ed allo stesso tempo gli Stati Uniti hanno a disposizione un’imponente base aerea (ora pure aerospaziale con il nucleo dell’US Space Force ivi attivato) in grado di operare “senza limitazioni” tra Penisola Araba e Golfo Persico.

Del resto il Qatar è un ottimo cliente del comparto industriale militare statunitense (e dell’economia a stelle e strisce che della vendita di sistemi d’arma fa uno dei principali perni per la sua crescita ed espansione), basti pensare ai colossali accordi per i caccia bombardieri F-15QA e per i velivoli da trasporto strategico C-17, per i missili antiaerei ed antimissile Patriot o per i sistemi NASAMS ad esempio.

Concludendo, si può dire che in Medio Oriente si giocano contemporaneamente più partite su molteplici livelli in cui le alleanze sono solo temporanee e fini a sé stesse e l’attuale “centrifuga” in atto tra Levante del Mediterraneo e Mar Rosso porterà i principali attori dell’area e non solo ad assestarsi su nuovi equilibri che al momento possono apparire impensabili; parte importante nei rapporti tra Israele, Stati Uniti e mondo arabo sarà anche la ricostruzione dell’attuale Striscia di Gaza i cui costi sono tutti da stimare e che al momento nessuno vuole prendersi direttamente in carico.

Un’altra pesante incognita è rappresentata dai costi sociali che si riflettono pesantemente anche sull’economia israeliana e su quella giordana che fino al sette ottobre del 2023 hanno fanno largo ricorso ai lavoratori palestinesi, oggi impossibilitati a lasciare la Striscia ed anche questo sarà un tema “caldo” da dover affrontare.

Foto 1. @USAF; 2. @US Navy; 3. via social network; 4. @Ministero della Difesa Israeliano; 5.@Royal Air Force; 6. @US Department of Defense/Raytheon

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