sabato, Ottobre 16, 2021

Lezioni dal Caucaso: droni, carri armati, missili balistici ed aerei

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Il conflitto che negli scorsi mesi ha visto contrapporsi militarmente Armenia e Azerbaigian per il controllo  della regione del Nagorno-Karabakh, ufficialmente Repubblica dell’Artsakh, ha avuto inizio il 27 settembre 2020 ed è proseguito per ben 44 giorni, fino al 9 novembre, giorno in cui è stato concordato un “cessate il  fuoco”.

Non è la prima volta che i due Paesi caucasicisi si scontrano per il controllo di questa regione. Gli ultimi intensi scontri risalgono al 2016, allorquando un’offensiva lanciata dalle forze azere, alquanto limitata per numeri e per mezzi e probabilmente tesa a testare le capacità militari proprie e di Erevan, si era conclusa con una tregua  e con la conquista da parte azera di alcune alture strategiche.

Quello iniziato a settembre è, invece, un conflitto  su vasta scala, condotto con la totalità delle forze e dei mezzi a disposizione da entrambi i Paesi.  

I rapporti di forza

La geografia della regione è prevalentemente montagnosa, con circa la metà dei suoi 12.500 km2 situata ad un’altitudine superiore ai 950 metri1. La presenza di alture elevate risulta favorevole al difensore, che può scavare trincee a protezione delle forze, ma che risulta vulnerabile agli attacchi dal cielo. 

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L’Armenia e l’Azerbaigian spendono entrambi tra il 4,5 e il 5% del loro PIL per le rispettive forze armate. L’Armenia, fino agli anni Duemila, era probabilmente superiore a Baku sul piano militare, visto anche l’esito  del conflitto negli anni ‘90. Negli ultimi anni, tuttavia, grazie alle grandi risorse petrolifere e all’incremento dei prezzi del petrolio, Baku ha incrementato in maniera rilevante la qualità dei suoi investimenti: ha deciso, quindi, di puntare su investimenti high-tech, acquistando soprattutto dalla Russia e, più di recente, da Israele  e dalla Turchia. Nel 2016, al momento dell’attacco azero, dal punto di vista militare Baku era già  qualitativamente superiore a Erevan. La Russia ha provato a riequilibrare i rapporti di forza tra gli apparati  militari dei due Paesi solo negli ultimi anni, fornendo alcune armi più avanzate all’Armenia, come i missili  balistici Iskander, ma Baku, al momento dell’inizio delle recenti ostilità, era in possesso di armamenti  qualitativamente superiori a quelli del suo avversario. Soprattutto – e questa costituisce la vera novità per  l’equilibrio tra i due paesi – il Governo azero godeva del supporto turco, fattore che si è rivelato più che fondamentale durante la condotta della guerra.  

Difficile distinguere le forze armate dell’Artsakh da quelle di Erevan. L’International Institute for Strategic  Studies2 stima che l’Artsakh disponeva all’inizio del conflitto di 200-300 carri armati T-72 e di una quantità pressoché  simile di veicoli da combattimento più leggeri e pezzi d’artiglieria, oltre a qualche missile balistico Scud fornitole dall’Armenia.  Disporrebbe poi di qualche sistema di difesa aerea a media e corta gittata (Sa-8 Gecko), qualche MANPADS  e qualche sistema di artiglieria antiaereo da 23 mm. 

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Le forze armate armene e azere sono di rango simile, anche se l’Azerbaigian, all’inizio del conflitto, possedeva  un arsenale di missili, droni e razzi più diversificato e qualitativamente superiore a quello armeno. Tra gli  investimenti più rilevanti, l’acquisto dei droni tattici Bayraktar TB2 turchi, armati di munizioni MAM-L (bomba a guida laser semi-attiva, pensata proprio per colpire mezzi che si muovono lentamente), e di una serie di  sistemi, perlopiù israeliani, tra cui i droni tattici Heron e Hermes (450 e 900), i microdroni ISR Aerostar, le  loitering munition Harop, Orbiter 1K e SkyStriker. Baku ha investito molto anche nell’artiglieria a razzo, con  l’acquisto del sistema turco TRG-2000 e del sistema MLRS (Multiple Launch Rocket System) Polonez, di origine bielorussa, entrambi capaci di colpire bersagli che si trovano a una distanza compresa tra i 120 (TRG) e i 200  km (Polonez). Come l’Armenia, l’Azerbaigian ha acquisito diversi BM-30 Smerch, probabilmente il pezzo più  usato da ambo le parti.  

I Droni

Il conflitto esploso nel Caucaso a fine settembre sarà ricordato come il grande successo dei droni azeri. La  narrativa sui media e sui principali social – Twitter ha svolto un ruolo principale nella lotta condotta da ambo  le parti nel dominio informativo, a conferma di come questo spazio costituisca a tutti gli effetti una  componente fondamentale dei moderni conflitti armati – si è concentrata soprattutto su questi strumenti,  sottolineandone in maniera alquanto esagerata l’efficacia. A voler credere alla narrazione dominante, il  conflitto nel Caucaso dimostra che gli UAV sono il vero game changer dei nuovi conflitti convenzionali. In realtà, questa tesi è da rifiutare. I droni sono utilizzati in combattimento da anni, con risultati più o meno  positivi a seconda del tipo di impiego che ne è fatto e, soprattutto, del tipo di difesa che gli si oppone. Piuttosto, l’efficacia dimostrata dai droni nell’Artsakh conferma qualcosa che già si sapeva, ovvero che il  potere aereo ha un effetto devastante contro forze terrestri sprovviste di difese aeree adeguate all’attacco. 

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Semmai, la vera novità, la quale rappresenta un’evoluzione piuttosto che una rivoluzione, è la funzione di enabler svolta da questi assetti. Infatti, gli UAV hanno permesso ai due piccoli Paesi caucasici, relativamente  poveri se paragonati alle ricche potenze europee, di disporre di assetti aerei, anche se molto meno versatili, in sostituzione dei costosi apparecchi pilotati più moderni. Secondo Michael Kofman, uno dei maggiori esperti  di armi e forze armate russe, “gli assetti pilotati da remoto offrono alle piccole e medie potenze il vantaggio  del potere aereo, di ricognizione e di controllo del fuoco a un prezzo decisamente scontato rispetto  all’aviazione manned”. 

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I droni sono risultati particolarmente utili nel territorio montagnoso del Nagorno-Karabakh – dal punto di  vista militare, le montagne favoriscono l’occultamento e la copertura, ecco perché la dimensione aerea assume particolare importanza –, riuscendo a fornire alle forze che li utilizzavano capacità di ISR (Intelligence,  Surveillance, Reconnaissance), DEAD (Destruction of Enemy Air Defense), strike in profondità su HVT (High  Value Target), controllo del fuoco dell’artiglieria, oltre che interdizione del campo di battaglia (almeno una  volta, una colonna logistica armena è stata colpita dalle MAM-L dei TB2 turchi). Grazie ad un azione coordinata con l’artiglieria azera, i TB2 turchi – capaci di restare in volo per oltre 20 ore – sono riusciti a  colpire numerosissimi obbiettivi critici, fornendo le coordinate ai lanciarazzi azeri o colpendoli essi stessi con le loro MAM-L. Carri, IFV (Infantry Fighting Vehicle), artiglierie, batterie contraeree, radar, linee di  comunicazione, centri di comando: gli strike azeri resi possibili dalla stretta coordinazione tra artiglieria a  lungo raggio e droni hanno fornito un vantaggio militare decisivo all’Azerbaigian.

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L’Armenia disponeva di  droni, come la serie Krunk, con cui ha potuto condurre alcune missioni ISR, ma essendo il suo principale importatore di armi la Russia, Paese che nel campo dell’unmanned non offre molto – non disponeva delle  capacità azere, ottenute con l’appoggio turco e israeliano.  

La difesa antiaerea

La difesa antiaerea armena non è stata in grado di contrastare i droni azeri. L’incapacità da parte di Erevan di contrastare i TB2 turchi e le loitering munition acquistate da Baku, come l’Harop, hanno causato un enorme  numero di perdite al suo esercito: insieme, questi apparecchi hanno distrutto più di 100 T-72 armeni, L’incapacità armena nei confronti degli UAV di Baku ha significato una notevole riduzione della sua libertà di  azione, visto che i movimenti delle sue truppe erano facilmente individuati e bloccati o dall’azione diretta  degli aeromobili non pilotati azeri o dall’impiego coordinato di questi con l’artiglieria.  

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La difesa aerea armena è composta da vecchi sistemi di origine sovietica, come i 2K11 Krug, i 9K33 Osa, i 2K12  Kub e i 9K35 Strela-10. Questi sistemi, tuttavia, non sono studiati per intercettare piccoli apparecchi che si  muovono a bassa quota come i TB2, quindi si sono rivelati incapaci di fornire una difesa efficace alle truppe  armene a terra. I sistemi più grandi e più complessi, come l’S-300, non sono pensati per condurre missioni  counter-UAV e sono stati più volte vittime di attacchi condotti da Baku tramite loitering munition. I sistemi di origine sovietica impiegati da Erevan, inoltre, non potevano sfruttare la plot-fusion, non erano cioè in grado di accumulare e combinare insieme i dati raccolti dai diversi tipi di radar per ottenere un’immagina chiara ed  esaustiva (la cosiddetta common picture) del campo di battaglia, una capacità fondamentale per individuare  droni avanzati, anche di piccole dimensioni, oltre che aerei con spiccate capacità stealth. L’Armenia era  sprovvista di apparecchi di guerra elettronica (EW – Electronic Warfare) in grado di effettuare azioni di  jamming nei confronti degli UAV con lo scopo di interrompere il collegamento tra il drone e la relativa  stazione di controllo. Quest’ultima risulta fondamentale nel contrasto agli UAV. Si prendano ad esempio i  TB2 azeri: questi ultimi, armati con munizioni MAM-L – lanciabili a 10 km di distanza – operano in un’area  situata oltre il raggio d’azione della maggior parte dei sistemi SHORAD; tuttavia, il TB2 non rappresenta un  bersaglio ottimale neanche per i sistemi SAM (Surface to Air Missile) a media gittata. Il sistema più facile per  sbarazzarsi di un UAV di questo genere consiste proprio nell’attaccare il collegamento tra questo e la stazione  di guida.  

Dal conflitto appare evidente come oggi un sistema di difesa antiaerea, per risultare efficace, deve necessariamente essere: stratificato, ovvero composto di sistemi in grado di colpire bersagli a corta, media e  lunga gittata; integrato, quindi capace di saper raccogliere e fondere insieme tutte le informazioni ottenute  dai sensori dei vari sistemi di cui si compone; supportato da sistemi di guerra elettronica e counter unmanned  aircraft system (C-UAS). Le numerose perdite subite dall’Armenia a causa degli UAV azeri non sono tuttavia  da ascrivere esclusivamente alle inefficienze dell’artiglieria: anche i comuni errori tattici, alcuni anche  grossolani, commessi dalle truppe di Erevan hanno contribuito a rendere più grave il bilancio delle perdite.  

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L’Europa dovrebbe guardare preoccupata a quanto successo alle difese aeree armene. I MANPADS (Man Portable Air-Defense System) europei, come lo Stinger e l’Igla, non riuscirebbero verosimilmente a colpire  piccoli bersagli come le loitering munitions o piccoli droni non visibili all’operatore dell’arma. Nel recente  conflitto in Nagorno-Karabakh moltissimi MANPADS sono stati distrutti dai droni stessi. Occorre notare poi  che nessun esercito europeo dispone oggi di sistemi di difesa aerea in grado di fondere insieme dati raccolti  da un gran numero di sensori di tipo diverso per assicurare la protezione delle sue forze corazzate. Come fa  notare Gustav Gressel, Senior Policy Fellow all’European Council on Foreign Relations, “la maggior parte degli  eserciti europei, soprattutto quelli di stazza piccola o media, probabilmente non otterrebbero risultati tanto  migliori di quelli ottenuti dall’esercito armeno in una guerra cinetica. Questo dovrebbe indurli a pensare, e a  preoccuparsi”.  

Dire che i droni turchi sono più forti delle difese antiaeree armene non ha alcun significato. Il confronto  sistema-sistema è di scarsa utilità. Oltre che dai sistemi, l’esito del confronto dipende da chi impiega i  materiali e dal contesto in cui essi si trovano a operare. La Turchia ha perso decine di droni in Libia, mentre 

in Nagorno-Karabakh i TB2 hanno esercitato un ruolo fondamentale. Un fatto comunque appare rilevante: la  saturazione dei sistemi di difesa aerea tramite l’impiego di loitering munition e di piccoli apparecchi pilotati  da remoto impone una grande sfida per qualsiasi sistema di difesa, e questo non riguarda solamente i sistemi  sovietici di Erevan. Nel settembre 2019, ad esempio, è stato condotto un attacco tramite piccoli droni da  parte dell’Iran contro alcune infrastrutture saudite, al tempo difese da sistemi molto moderni come  l’americano Patriot, il francese Crotale (Shashine) e lo svizzero Oerlikon. Nessuno dei sistemi citati, ancorché  moderno e molto costoso, è riuscito a scovare e abbattere i piccoli UAV di Teheran. 

I carri armati

Come avvenuto con i droni, il cui brillante impiego da parte di Baku starebbe a significare una rivoluzione del modo di condurre le operazioni militari – tesi, come si è detto e spiegato, da rifiutare –, anche con i carri armati  alcuni media si sono spinti a dichiarare che la guerra nel Caucaso confermerebbe la tesi secondo la quale i  carri armati siano definitivamente obsoleti, in quanto troppo vulnerabili. A conferma di questo ragionamento starebbe il fatto che l’Armenia abbia perso in poche settimane 241 carri armato, mentre l’Azerbaigian circa 137 Anche in questo caso, questa tesi è da rifiutare. Come evidenziato da Michael Kofman, ad oggi nessuna  piattaforma offre una migliore combinazione di mobilità, potenza di fuoco e protezione. Gli scontri  nell’Artsakh hanno evidenziato una certa vulnerabilità dei tank, soprattutto nei confronti dei missili anticarro e dei droni, tuttavia, quei combattimenti hanno anche reso evidente che i corazzati rappresentano, comunque, una protezione più efficace rispetto a quella di cui può godere il personale appiedato o all’interno di veicoli  non corazzati. Inoltre, il carro armato risulta ancora il miglior strumento per manovrare e per offrire supporto di  fuoco alle truppe nel moderno campo di battaglia. 

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Anche in questo caso, grossolani errori tattici hanno contribuito ad elevare in maniera rilevante il conto delle  perdite subite da ambo le parti. Prendiamo ad esempio la grossa controffensiva armena condotta dalle forze  di Erevan durante il quarto giorno di combattimenti. Le forze corazzate armene, carri e artiglierie, hanno  subito una quantità enorme di danni da parte degli UAV azeri durante la loro avanzata principalmente perché  hanno mosso in campo aperto, in formazioni poco disperse, totalmente sprovviste di difese aeree adeguate  alla minaccia, fornendo un bersaglio perfetto per UAV, loitering munition e artiglieria azera. Al termine  dell’offensiva, dopo soli quattro giorni di combattimento, le forze armene contavano 84 carri armati distrutti o resi  inutilizzabili. 

La principale lezione per le forze corazzate è che senza un efficace sistema di protezione contro droni e missili  anticarro esse risultano troppo vulnerabili. Tutte le piattaforme dovrebbero montare sistemi C-UAS in grado  di offrire loro un’efficace protezione contro questa minaccia e sistemi di protezione attiva per far fronte all’evoluzione nel campo dei missili anticarro.  

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In generale, sembra emergere sempre di più la necessità di ripensare il rapporto tra forze di supporto e forze  di manovra, vista l’importanza rivestita dalle prime per abilitare le seconde. I droni hanno funto proprio da enabler delle forze terrestre azere, negando invece la libertà di movimento alle forze armene. Parafrasando  ancora Kofman, “una forza terrestre più piccola, ben protetta dagli attacchi aerei, rappresenta un  investimento più saggio rispetto a una grande forza corazzata di carri e artiglierie che non siano supportate  da un’efficace difesa dall’aria”.  

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Al di là di tutto, il conflitto in Artsakh dimostra che il raggiungimento della vittoria passa necessariamente per  la conquista del terreno e che, quindi, il ruolo delle forze terrestri, di cui il carro armato è il massimo esponente in  quanto capace di conciliare nel modo migliore protezione, mobilità e potenza di fuoco, rimane fondamentale.  

Missili balistici

Oggi, anche i Paesi cosiddetti sub-peer, ovvero soggetti dotati di budget ristretti e privi dei più moderni e  costosi sistemi d’arma, sembrano in grado di impiegare missili balistici. Entrambi i Paesi possedevano questo tipo di armi nei loro arsenali. Nel recente conflitto in Artsakh, tuttavia, questi missili hanno avuto scarsa  rilevanza. Essi sono stati impiegati da entrambe le parti, in particolare dall’Armenia che ha bombardato  infrastrutture critiche azere, come l’aeroporto di Ganja e la città di Mingachevir, senza peraltro ottenere risultati  decisivi. L’Armenia era in possesso dei missili russi Tochka e Scud, oltre che dei moderni Iskander, acquistati  di recente; l’Azerbaigian ha acquistato dei LORA israeliani e dei Tochka russi.

In effetti, ad oggi risulta che  questi missili siano stati usati sporadicamente dall’Armenia, contro la città di Ganja, in Azerbaigian, ed una  volta da Baku, quando con un LORA ha colpito il ponte sul fiume Hakari, sulla strada che connetteva Berdzor  (Artsakh)e Goris (Armenia), tra l’altro con pessimi risultati. Il limitato uso è probabilmente da ascrivere alla  scarsa disponibilità di missili a disposizione. Anche la ferma intenzione da parte dei due contendenti di evitare  una rapida escalation del conflitto, quindi, di risparmiare le città e le infrastrutture critiche dei due paesi,  potrebbe aver esercitato un ruolo importante in questo ragionamento. 

L’impiego di missili balistici da parte di entrambi gli schieramenti rappresenta una lezione importante per l’occidente: la capacità da parte di avversari cosiddetti sub-peer di impiegare missili balistici convenzionali  come arma terroristica è stata storicamente considerata alquanto limitata; evidentemente, oggi essi  sono in grado di colpire centri logistici od infrastrutture critiche, dunque, obiettivi militari altamente  remunerativi anche in profondità.  

Gli aerei pilotati.

Rispetto ad un velivolo non pilotato, un aereo guidato da un pilota risulta molto più versatile, ma anche più  costoso, oltre che ovviamente più rischioso. Entrambi gli schieramenti erano in possesso di velivoli pilotati,  più o meno moderni.

L’Armenia possedeva anche otto Sukhoi Su-30, ceduti dalla Russia nel dicembre 2019, e l’Azerbaigian, oltre la sua flotta di vecchi aerei sovietici, disponeva di quattro F-16 turchi, inizialmente  schierati da Ankara in territorio azero durante un’esercitazione tenutasi nel mese di luglio, ma lasciati lì a scopo deterrente. L’Armenia ha preferito non impiegare i Su-30 in combattimento, per evitare uno scontro  diretto con i caccia turchi, evenienza che Mosca ha cercato di evitare in tutti i modi, a conferma che in guerra le considerazioni di carattere politico giocano un ruolo centrale.  

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In una guerra di attrito, come quella in questione, l’impiego di assetti pilotati avrebbe necessariamente  imposto un costo molto alto a chi li avesse utilizzati, in termini di risorse economiche e umane. I sistemi di  difesa antiaera, infatti, se inefficaci contro gli UAV – nel settore degli SHORAD – avrebbero probabilmente  imposto un elevato numero di perdite a chi avesse utilizzato l’aviazione pilotata. Anche per questo motivo si è fatto largo uso di UAV.  

Che tipo di guerra: l’attrito. 

La guerra che ha visto contrapporsi le forze armene e azere per il controllo dell’Artsakh è stata  prevalentemente una guerra di attrito. Lo dimostra l’alto numero di perdite registrate in pochi giorni di conflitto, da entrambe le parti, senza nessuna sostanziale conquista di terreno da parte dei due contendenti. Si parla di circa  2.500 caduti per l’Armenia e circa 2.800 per l’Azerbaigian.

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Le forze azere, che alla fine hanno prevalso, a lungo non sono riuscite a tramutare il vantaggio tattico in un successo operativo. La geografia prevalentemente  montagnosa dell’Artsakh e la diffusa presenza di sensori sparsi nel campo di battaglia hanno certamente  contribuito a rendere il conflitto molto statico, ma gran parte della ragione per cui si è vista poca manovra è  da ascrivere anche alla scarsa capacità dei vertici militari nell’applicazione dei principi fondamentali della  guerra di manovra. Baku in particolare si è rivelata operativamente molto lenta e scarsamente capace di  manovrare. 

Il conflitto dimostra che la manovra è resa oggi molto difficile dal vasto e diversificato insieme di sensori  sparsi per il campo di battaglia, apparecchi di vario tipo che impediscono di sfruttare i benefici del terreno e  la mimetizzazione. La diffusione di un gran numero di sensori contribuisce quindi ad aumentare l’attrito.

Per usare le parole di Jack Watling, Research Fellow for Land Warfare al Royal United Service Institute, il conflitto “mostra che il moderno campo di battaglia è diventato molto più nudo”: un avversario peer, ovvero di pari  rango, “è ragionevolmente in grado di riempire il terreno di radar di vario tipo, notte e giorno”. La lezione da  trarre, suggerisce lo studioso, sarebbe quella di passare ad una nuova concezione del combattimento  interarma, che preveda la “priorizzazione della distruzione delle capacità ISTAR del nemico in modo tale da  impedirgli di distinguere le nostre forze sul terreno. Inganno, saturazione dello spettro elettromagnetico e  altre misure attive e passive saranno necessarie prima di poter mandare a contatto le nostre forze”.  

Una lezione importante soprattutto per le piccole e medie potenze riguarda la disponibilità di materiali. Per  condurre una guerra d’attrito sono necessari ingenti quantitativi di materiali spendibili, quindi poco costosi.  Il concetto di massa, in una campagna di questo tipo, rimane pertanto fondamentale.  

Una lezione per l’Occidente

Il conflitto combattuto sulle montagne dell’Artsakh tra Azerbaigian e Armenia rappresenta un’occasione da non  perdere per gli eserciti moderni occidentali, specialmente per quelli appartenenti a potenze di medio livello,  costrette a fare i conti con budget limitati. Si tratta infatti di un conflitto convenzionale tra due Stati dotati di  strumenti militari moderni e di rango simile, una guerra combattuta con armi e tecnologie moderne, anche  se non costose e sofisticate come alcune di quelle di cui dispongono i moderni strumenti militari. Senza  pretendere di generalizzare, quelle fornite nei precedenti paragrafi costituiscono per le moderne forze  occidentali delle piccole lezioni da tenere a mente quando si tratta di pensare la struttura e la preparazione  delle forze.  

Note

1Joseph Henrotin, « Quelle leçons pour une guerre de haute intensité ? », in Défense & Sécurité Internationale, n. 150,  pp. 42-47. 

2Ibidem.

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