U.S. Army Sgt. Jacob Rosencrantz, right, and Sgt. 1st Class Elio Sauceda, paratroopers assigned to the 173rd Airborne Brigade, prime, or arm, a brazier charge with a M17A1 receiver and power on a first-person view (FPV) drone during exercise African Lion 2025 (AL25), at Ben Ghilouf Training Area, Tunisia, April 27, 2025. AL25 is set to be the largest annual military exercise in Africa, bringing together over 50 nations, including seven NATO allies and 10,000 troops to conduct realistic, dynamic and collaborative training in an austere environment that intersects multiple geographic and functional combatant commands. Led by U.S. Army Southern European Task Force, Africa (SETAF-AF) on behalf of the U.S. Africa Command, AL25 takes place from April 14 to May 23, 2025, across Ghana, Morocco, Senegal, and Tunisia. This large-scale exercise will enhance our ability to work together in complex, multi-domain operations—preparing forces to deploy, fight and win. (U.S. Army photo by Sgt. Mariah Y. Gonzalez)

Trump e Hegseth lanciano la guerra dei droni: 1.000 per ogni divisione dell’US Army

L’amministrazione Trump, attraverso il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha appena dato il via libera a un ambizioso piano che punta a rivoluzionare l’utilizzo dei droni nelle Forze Armate statunitensi.

Con una direttiva firmata nelle ultime ore, il Pentagono riceve mandato di accelerare la produzione e l’adozione di droni militari – dalle piccole unità tattiche fino ai modelli più sofisticati da ricognizione e attacco – tagliando burocrazia e introducendo modalità di approvvigionamento più snelle e flessibili. L’obiettivo dichiarato è creare un ecosistema dove i sistemi unmanned possano essere prodotti, testati e schierati rapidamente, in linea con le esigenze sempre più dinamiche dei teatri di guerra moderni.

Un cambio di passo

Hegseth non ha usato mezzi termini: secondo il segretario alla Difesa, gli Stati Uniti devono recuperare il vantaggio strategico in un settore dove altri Paesi – dall’Ucraina alla Cina – stanno innovando a ritmi serrati. I droni non sono più solo strumenti di sorveglianza o attacchi mirati: oggi rappresentano una componente centrale della superiorità tattica, in grado di decidere le sorti di uno scontro.

L’idea è quella di superare i tradizionali processi lenti e complessi del procurement militare, sostituendoli con un approccio “commerciale”, simile a quello delle start-up: sviluppo rapido, test sul campo, iterazione veloce. Un modello ispirato a quanto si è visto proprio nel conflitto in Ucraina, dove droni commerciali modificati e soluzioni a basso costo si sono dimostrati letali ed efficaci contro mezzi convenzionali molto più costosi.

Mille droni per ogni unità

Il piano non è solo teorico. L’esercito americano ha già reso noto che ogni unità combattente riceverà almeno 1.000 droni nei prossimi due anni. Si tratta di una trasformazione radicale del campo di battaglia, in cui le truppe saranno affiancate da sciami autonomi, capaci di fornire ricognizione, supporto al fuoco, guerra elettronica e persino difesa da altri droni.

A questa visione si collega anche un’altra direttrice del Pentagono: rafforzare le capacità anti-drone, creando una rete di sensori, radar e contromisure per neutralizzare i sistemi ostili. Non basta più saper usare i droni ma serve anche difendersi da essi, in un contesto sempre più simile a una “guerra di sciami”.

Non mancano però le critiche. Alcuni esperti statunitensi temono che un’eccessiva velocizzazione dei processi possa portare a scelte affrettate, con il rischio di acquistare sistemi poco sicuri, facilmente neutralizzabili da contromisure elettroniche o dalle prestazioni limitate. Inoltre, l’adozione di droni economici ma vulnerabili potrebbe tradursi in perdite ingenti, non tanto in vite umane, quanto in termini operativi e tecnologici.

Quantità > Qualità?

Il primo passo per rendere concreta questa visione è superare il concetto tradizionale di drone: non più pochi sistemi costosi, pilotati da remoto e impiegati solo per missioni speciali, ma una moltitudine di droni leggeri, economici e altamente specializzati, distribuiti direttamente ai reparti.

Proprio come un soldato trasporta il suo fucile, in futuro ogni squadra potrebbe avere un set di droni da sorveglianza, un operatore per attacchi FPV e magari un’unità mobile per il disturbo elettronico. In pratica, i droni diventeranno strumenti individuali di combattimento, usati su base quotidiana.

Produzione rapida e a basso costo

Per arrivare a quei numeri, servirà una produzione di massa, in parte già avviata grazie all’ingresso di aziende private nel settore militare. Start-up come Anduril o Skydio stanno sviluppando droni modulari, a basso costo e facili da costruire anche in ambienti decentralizzati. L’idea è che i droni non vadano più riparati o conservati, ma semplicemente sostituiti: un approccio simile a quello delle munizioni.

Alcuni modelli potrebbero essere addirittura stampati in 3D direttamente nelle basi operative, riducendo tempi e costi logistici.

Formare soldati-operatori

Il secondo snodo riguarda le persone. Per usare così tanti droni, non basteranno più pochi operatori specializzati. Servirà formare intere unità: ogni soldato dovrà sapere come lanciare un drone ricognitore, trasmettere immagini al comando, e in certi casi persino guidare manualmente droni in scenari ravvicinati.

Al posto dei corsi centralizzati, si passerà a un modello di addestramento distribuito, integrato nella formazione standard di ogni reparto.

Intelligenza artificiale sul campo

Con migliaia di droni sul campo, non si potrà più gestirli uno a uno. Sarà l’intelligenza artificiale a prendere decisioni di basso livello: mantenere la rotta, evitare ostacoli che sia naturali oppure artificiali, identificare un bersaglio, oppure tornare alla base se perde il segnale.

L’essere umano resterà comunque in controllo delle decisioni critiche – specialmente per l’uso della forza letale – ma tutto il resto sarà affidato a software addestrati a combattere in autonomia in ambienti complessi.

Nuove tattiche

Dotare ogni reparto di 1.000 droni significa anche ripensare le tattiche militari da zero per adattarle ad un nuovo contesto operativo. La possibilità di ottenere anche a livelli inferiori l’accesso diretto a informazioni che fino a poco tempo fa erano appannaggio di echelon superiori distribuirà la responsabilità di adattare tattiche e strategie direttamente ai soldati sul campo di battaglia. Le unità acquisiranno dunque una certa autonomia che è fondamentale per adattarsi al meglio ai rapidi cambiamenti nello scenario.

Un cambiamento solo all’apparenza “semplice”, che in realtà richiede un livello più elevato di addestramento e conoscenze operative da parte dei militari sul campo. Infatti, pur restando vincolati agli obiettivi assegnati dai comandi superiori, le unità dovranno saper gestire le missioni in modo più dinamico e autonomo, sfruttando appieno le nuove capacità tecnologiche messe loro a disposizione.

In questo contesto, una pianificazione precisa e dettagliata richiede che le informazioni raccolte sul campo vengano rapidamente trasmesse anche ai comandi superiori. Per questo motivo, i moderni sistemi di Comando e Controllo, insieme a quelli per la trasmissione sicura e continua dei dati, assumono un ruolo cruciale nell’efficacia operativa complessiva.

Un attacco non sarà più solo una manovra di fanteria o artiglieria, ma un’azione combinata in cui 100 droni entrano in scena prima dei soldati, neutralizzando sensori, mine o postazioni nemiche. Questo approccio è già stato sperimentato in Ucraina, ma il piano americano lo vuole istituzionalizzare su scala globale.

Ogni reparto, oltre ai suoi droni, dovrà chiaramente poter neutralizzare quelli nemici – e farlo in pochi secondi, prima che arrivino a segno.

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